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martedì 28 gennaio 2014

Se la polvere potesse parlare

È già la seconda volta.
La seconda volta che un'amica mi regala un panno magico multiuso per le pulizie.
Voglio dire, due amiche diverse mi hanno regalato due panni diversi, tutti e due magici, tutti e due multiuso, tutti e due che agiscono senza detersivi, senza aloni, super pulenti super assorbenti extradelicati ideali per bagni cucine vetri specchi auto e tutte le superfici lavabili. Manca solo che facciano tutto da soli.
Si sono presentate, le due amiche, in una mattina grigia, anzi in due mattine diverse però grigie uguali, che lì per lì ho pensato Chissà se quel panno là va bene anche per le mattine. Si possono lavare le mattine? E il morale, lo spirito, l'umore sono superfici lavabili? Ci posso passare un panno magico, giusto così per togliere un sottile strato di malinconia, o finisce che li rovino e poi non s'aggiustano più?
Comunque.
Le amiche mi sventolano sotto il naso questo panno, uno azzurro cielo (si fa per dire), uno giallo canarino, e tessono il panegirico dell'uno e dell'altro.
Wonder, una meraviglia, provalo e vedrai, basta un po' di acqua calda e voilà, pulisci tutto. I vetri? Cinque minuti e hai finito. I fornelli? Splendono come argenteria. Lo specchio del bagno, sempre pieno di ditate schizzi e chiazze che certe mattine prendi spavento, pensando che sia la tua faccia e invece? Eccolollà, una passata col panno magico e la pelle lo specchio torna splendido.

Che uno pensa, non ci sarà mica un messaggio subliminale? Le mie amiche vogliono forse dirmi qualcosa?

Oddìo, sinceramente le pulizie non sono mai state la mia passione, non è mica un segreto.
L'altra sera a cena da amici ho notato un lampadario bellissimo, luminoso, con questi coni di vetro trasparente, e mi son detta Dov'è che l'ho già visto, quel lampadario là?
Facile, è in sala. Nella mia sala, intendo. Solo che il mio ormai ha i vetri opacizzati dalla polvere. 
Ce n'è così tanta, di polvere, che se potesse parlare racconterebbe storie per i prossimi tre anni. Provare per credere.

Ma la volete sapere la verità? Le riserve sulle mie inclinazioni alle attività domestiche non mi turbano più di tanto. Diciamo che ho altre doti, ecco. E poi ho anche una giustificazione per la polvere, la montagna di roba da stirare, la biancheria da lavare.

Mi sono concentrata su un altro fronte. Ci lavoro da un po'. Ho dovuto pulire, sgomberare, aspirare, lavare, dipingere, grattare, sfregare, respirare polvere e solventi, pitture e vernici nell'aria fredda dell'inverno.
Dietro i vetri satinati, sotto la montagna di depositi ventennali, tra libri polverosi e armadi vecchi, ho immaginato un posto tutto mio, e l'ho realizzato. Mica da sola, per fortuna: mi hanno aiutato in tanti, muniti di stracci e pennelli.
Ora siamo alla parte più divertente.
Curiosi?
Stay tuned! or ask the dust.

sabato 23 novembre 2013

Creme, centrifughe e allergie. Ovvero come sopravvivere al quattro in greco e a qualche altro incidente

Ho un ricordo preciso di uno dei primi giorni di liceo, compreso di figure e contorni, di banchi e finestre e perfino di una penna che il prof faceva girare tra le dita.
Era un prete, uno di quelli non tanto giovani che vuole fare il giovane e fa battute per far vedere che lui li capisce, i giovani, che veniva a farci l'ora di religione. Adesso non si usa più, ci sono delle signore, delle signorine, a volte dei giovani veri, che però non sono preti o suore. Comunque.
Quel prete là, con la sua faccia grassoccia e il vestito nero e gli occhi neri mi aveva guardato, aveva inclinato la testa di lato e aveva chiesto a una Wonder appena quattordicenne eccitata e curiosa e intimorita da quella scuola severa: Hai mai preso un quattro, tu?
No, dice la Wonderina con una risata stiracchiata tra il timido e l'isterico, mostrando la dentatura tappezzata di ferretti, mai preso. E quello sghignazzando: Aspetta un paio di settimane, eh.
E infatti.
Però lì per lì non mi ero preoccupata, avevo pensato Va' che scemo questo, non lo prendo mica, il quattro. L'ansia era venuta un po' alla volta, sottile, dopo qualche giorno.

E ci sono giorni che te li senti addosso, che ti soffocano e ti schiacciano come una di quelle vecchie coperte pesanti che odorano di chiuso e di polvere, che ti fanno sentire inadeguata come quando cercavi di memorizzare l'ottativo (oddio, mi ricordo dell'esistenza dell'ottativo) senza capire a cosa diavolo servisse tutta quella fatica.
Che uno pensa, cancelliamolo, questo giorno. Spegniamo la luce, chiudiamo gli occhi e domani è un altro giorno (va' che citazione).
E poi succede che anche il giorno dopo non è che va molto meglio.
Tipo che ti svegli, e quegli occhi che avevi chiuso nella speranza di riaprirli su un domani migliore (poesia pura, qui) in effetti sono due fessure sormontate da palpebre grosse come mandarini e rossi altrettanto e allora ti metti gli occhiali da sole più scuri che hai anche se fuori piove e vai dal farmacista che ti dà una crema al cortisone e dice che sei allergica a qualcosa, come se questo dovesse tranquillizzarti. Allergica a cosa? A una crema, a un detergente, a un formaggio, al vino, alla cioccolata, a questa vita? Per precauzione meglio eliminare tutto, creme detergenti formaggi vini e pure cioccolata.
La vita no, quella te la tieni com'è.

Ma io lo so, che non capita solo a me.

Siamo mamme centrifugate.
Siamo talmente impegnate tra casa, lavoro (vabbè) e figli che se ci resta un po' di tempo per andare in profumeria ci sentiamo dire Signora (signora tu' nonna), meglio che prenda questa crema qua, per il contorno occhi, che è un po' più ristrutturante.
Che tu lì per lì risponderesti alla commessa Mavadaviaelcül, in maniera così francese che sembra la marca dell'Elisir de junesse di Dior.
Però invece taci, perché in fondo lo sai che ci vuole una ristrutturazione totale, di quelle con l'impalcatura, e scommetto che se vedono come son messa mi danno anche gli incentivi per le grandi opere.
Ma io lo so, che non sono sola, anche quando sono sola (et voilà, oggi sono un vulcano di citazioni).

Siamo sempre in ritardo, e non capiamo perché. Proviamo anche ad anticipare la sveglia, a preparare la colazione la sera prima, pure con la caffettiera pronta che basta accendere il gas, ma non serve a niente, siamo in ritardo lo stesso. E ridono, le persone che incontri per la strada, sempre le stesse alla stessa ora, a vederti sempre di corsa, gli operai che stan fuori dal cantiere a fumare una cicca, gli altri genitori che stanno tornando dopo aver lasciato la prole, le donne che vanno a comprare i fiori, le suore che chissà dove vanno alle otto meno due minuti di tutte le mattine. Cosa ridi.

Ci sono mamme che si scordano un figlio a scuola, e questa cosa è un po' come il quattro in greco, se non l'hai già preso stai sicura che prima o poi ti capita. E tu che fatalità te le sei ricordate tutte, le figlie, quel giorno, vedi la bambina con le treccine un po' sfatte, per mano alla maestra, che alla fine guarda la strada vuota e poi si volta, la cartella sulle spalle e la felpa in braccio, e ritorna dentro il cancello, e tu la guardi e pensi Poverina, guarda te, come si fa a lasciarla lì da sola a fare tutto, questa mamma.
Ci sono quelle che portano un figlio a basket, uno a calcio e la figlia a danza, due volte alla settimana in tre giorni diversi, e tu ancora non hai capito come fanno, ma dalle loro facce hai idea che anche loro avrebbero bisogno di quella crema là ( e qui parte il jingle della crema Mavadaviaelcül, un nome una garanzia).

Ci sono mamme che hanno tre figlie femmine e hanno il coraggio di farne un'altra, e tu certe volte le guardi con ammirazione e però poi pensi che no, che tre sono abbastanza.
Ci sono quelle che portano i bambini in piscina, stanno ad aspettare sugli spalti respirando cloro e umidità e lasciando che i capelli si increspino, poi fanno docce, asciugano capelli, riempiono borse di accappatoi bagnati, salgono in macchina e non si accorgono che hanno ancora addosso i copriscarpe color puffo.

Ci sono mamme che aiutano i figli a fare i compiti ma non si ricordano le tabelline, quelle che fanno la torta e la lasciano troppo nel forno, quelle che si scordano di pagare la mensa, quelle che preparano valigie ma non sono mai loro a partire, quelle che hanno borse grandi sempre piene di pupazzi, carte dei pokemon, merende e fazzoletti per pulire nasi e manine appiccicose, quelle che una volta avevano sempre le scarpe col tacco e adesso non si ricordano neanche dove le hanno messe, quelle che hanno bisogno di andare dal parrucchiere e quelle che per risolvere il problema si rapano a zero, quelle che appena comincia l'inverno hanno i figli sempre malati e il raffreddore perenne, quelle che quando dicono Andate a lavarvi le mani aggiungono sempre Senza allagare il bagno (e un motivo c'è), quelle che dicono Non guardate sempre la TV, fate dei giochi, delle cose creative, disegnate, e poi dopo un po' hanno una visione e aggiungono Però senza tagliare le tende (e un motivo c'è), quelle che fanno la spesa al sabato mattina e si scordano le cose che dovevano comprare, quelle che la domenica sperano che piova per avere una scusa per non uscire, buttarsi sul divano e leggere finalmente altre due pagine del libro (di carta).
Noi mamme ci si riconosce subito. Basta uno sguardo (riparte il jingle).

E quindi lo so. Lo so che siamo messe tutte più o meno allo stesso modo (anche quella mamma che fa tanto la gnocca con la minigonna la pelliccetta verde acido il capello parrucchierato e segue il detto della nonna Se bella vuoi sembrare molto devi soffrire e va in giro senza calze anche con -2).
Lo so che l'importante è la salute (lo so, figuriamoci se non lo so).
Lo so che certi giorni durano anche delle settimane, e per farti tornare il buonumore ci vorrebbe una bella benedizione, o un esorcismo, in alternativa.

Ma.
Ma poi.
Poi pensi a quel prete là e ti ti dici anche che no, fai a meno di preti falso giovani e di suore che ridono quando sei in ritardo.
E pensi a quella centrifuga, che ti ha fatto conoscere le Amiche del Platano.
E sono loro che ci sono, quando hai bisogno di aiuto, quando non hai voglia di parlare e quando invece le sommergi di parole, quando sei bersagliata da sfiga concentrata e quando vuoi condividere un sogno.
E quando ci sono le amiche la prospettiva ti cambia, perché sulle amiche ci puoi contare. Più o meno come sul quattro in greco, ma senza l'ansia.

mercoledì 21 novembre 2012

Piattini di riso e pianto

Ecco, è successo.
E prima o poi doveva capitare, lo sapevo.
Ché quando parti hai voglia di vedere tutti gli amici, e salutarli, e dirgli che ti ricorderai di loro, e che quando verranno in Italia, e che quando tu andrai in Francia, in Giappone, in America, a Taiwan, quando tornerai a Shanghai...
E allora prendi il telefono e inizi a scorrere la rubrica, e vedi dei nomi, mica sono tanti, quei nomi lì, che nella tua scheda cinese ci sono solo gli amici nuovi, e non sono mica tanti gli amici nuovi.
Veramente ci sono anche dei nomi che non ti ricordi bene a quale faccia appartengano, ma quelli sono pochissimi.
E poi mentre scorri la rubrica pensi adesso chiamo l'Amica Francese, e state al telefono un'ora e promettete di vedervi, prima di partire. E anche Doris, che adesso ha una pancia che sembra una balenottera con gli occhiali rossi, che da quando è incinta non vi vedete più tanto perché è sempre stanca, ma quando vi vedete vi abbracciate, pancia permettendo.

E mentre sei lì che scorri tutti i nomi arriva un messaggio, e sono Li Jie e Tamao che ti invitano a pranzo. E allora vi trovate nella lussuosa hall dell'hotel Millennium, e tu arrivi con le borse della spesa con la verdura e la toilet paper, e non è mica molto fashion andare in giro con la toilet paper ma qui in Cina non ci fa caso nessuno, nemmeno nella hall lussuosa dell'hotel Millennium.
E al secondo piano c'è un ristorante cinese dove mangiate ravioli e maiale dolce e anatra arrosto e pollo e manzo al peperoncino e noci zuccherate al sesamo, perché ordina Li Jie e tu hai voglia di provare tutto quello che sai che non mangerai più, perciò assaggi anche un pezzetto di piccione che ha proprio l'aspetto di un piccione, becco compreso, e anche le zampe di gallina, mollicce, con quelle ossa minuscole che si rompono in bocca e pare facciano così bene alla pelle, e il tofu spugnoso con i funghi e le arachidi, e la tapioca piccante, e usi le bacchette e scopri che sei diventata piuttosto agile, e non perdi più il cibo in mezzo alla tavola, e bevi il tè al gelsomino e ridi nel sentire che Tamao non andrà a Londra con suo marito perché fa troppo freddo e soprattutto perché ha il saggio di Hula Hoop, può mica perderselo anche se è principiante e la metteranno in fondo, là dietro un po' nascosta, e poi scopri che Li Jie ha una camera tutta rosa anche se ha trentacinque anni perché il feng shui dice che le donne senza marito devono circondarsi di quel colore lì, che è il colore dei fiori di pesco che con il loro profumo attraggono i mariti, e diciamo proprio così, i mariti, e ridiamo.
E poi Li Jie ordina un sacco di dolci, tutti quelli del menù così li posso provare prima di andare via, dice lei, e noi diciamo che è troppa roba e lei dice che se non mangiamo noi mangia lei, e poi dice anche che dovrebbe dimagrire per trovare i mariti e allora ridiamo ancora, e arrivano delle vaschette con una zuppetta di fagioli rossi dolci, una zuppetta di riso cotto nell'alcol di riso, una zuppetta con delle palline gelatinose arancioni, delle specie di tortine con delle palline gelatinose blu, dei quadrati di iced jelly con della frutta secca e degli involtini di crema alla banana.
E poi mi regalano due piattini cinesi, uno con i disegni azzurri di Tamao e uno di Li Jie con gli stessi disegni però in rosa, per via del feng shui, e mi dicono che così mi ricordo di loro, e allora realizzo che probabilmente non le rivedrò più, e aggiungo probabilmente ma solo per sentirmi meglio perché in realtà so che non le vedrò più, nonostante le promesse, nonostante i voli low cost, nonostante questa minchiata della globalizzazione, perché la Cina è lontana e anche il Giappone, e mi viene da piangere e penso che non mi servono i piattini per ricordarmi di loro, e ci abbracciamo e anche a Tamao viene un po' da piangere, e le do io un fazzoletto perché non se l'aspettava mica, di piangere un po', Li Jie invece sta seria, non ride nemmeno, e le cinesi quando sono tristi ridono di un riso finto e imbarazzato, invece lei non ride, mi guarda solo con gli occhi neri e mi dice Dimmelo se hai bisogno di qualcosa, io sono qui.
E così poi prendo la mia bicicletta e le guardo andare via e girarsi e salutare con la mano, e pedalo verso casa con la mia toilet paper e la verdura e i piattini cinesi, e mentre pedalo mi arriva un messaggio, I'll miss u, dice, e a me viene un groppo e poi sento le lacrime che scendono, e non è che mi cola il naso come quando piango tanto ma le lacrime sì, e provo a fermarle ma niente, si scioglie anche il mascara e non piove nemmeno che avrei la scusa per la faccia tutta bagnata, e penso va' che scema, e provo anche io a ridere di quel riso finto ma non funziona, e però poi penso anche che fa lo stesso, ché se non importa a nessuno di una ragazza con la verdura e la toilet paper nella lussuosa hall dell'albergo Millennium a chi mai potrà importare di una ragazza che pedala con dei piattini cinesi e la faccia bagnata di lacrime.

giovedì 2 agosto 2012

Di brevità e intensità di una fuga programmata (amici da una vita #4)

*Warning* - questo è un post che Morelle definirebbe infestante. Assicuratevi di avere almeno venti minuti di tempo prima di proseguire. In alternativa, potete prendervi una pausa alla fine del primo tempo. 
Non è prevista la fornitura di viveri di conforto.


Certe volte hai bisogno di staccare la spina.
Vorresti poter fare delle cose senza dover pensare prima a loro, alle tue figlie.
Che ami tantissimo, che sono tutta la tua vita. (Sì, ecco, appunto).
E non è una questione (solo) di organizzazione, di avere due ore di libertà. È che fare la mamma ti cambia le prospettive. Fare la mamma è una vocazione, come fare il medico, il missionario, quei mestieri lì, che ci devi essere portato, perché non c'è sabato o domenica, non c'è vacanza, sei sempre a disposizione.
Quando fai la mamma non puoi dire semplicemente Oggi no, non ho voglia. Di cucinare. Di giocare. Di ascoltare. Di raccontare per la ventesima volta la stessa storia della buona notte.
Non puoi nemmeno dire Oggi che è domenica dormo fino alle dieci, che c'ho sonno. Neanche fino alle nove. Certe volte neanche fino alle otto.
Non puoi decidere di andare a correre mezz'ora tutte le mattine, per tenerti in forma. Non che lo farei tutte le mattine. Ma magari qualche volta sì.

E allora succede che un giorno sei al mare, e stai bene, è tutto bello ma ti senti un po' triste e stanca perché hai due bambine sotto i tre anni e sei ancora incinta e non te l'aspettavi, e hai bisogno di qualcosa per il mal di testa e dici Vado fino alla farmacia, e lasci marito e figlie in albergo a farsi la doccia e cammini per la strada con il sole in faccia, basso all'orizzonte ma ancora caldo, e vedi l'ombra di un treno che passa sul cavalcavia, e c'è anche una stazione, poco distante. E tu vorresti prendere quel treno, che non sai dove va, e pensi che di soldi ne hai un po', abbastanza per andare da qualche parte, purché sia un posto lontano e sconosciuto, e prima di arrivare alla farmacia sei già partita, su quel treno, e ti stai facendo un film in testa, e pensi a cosa farà lui quando non ti vedrà tornare, e hai il cellulare con te e saresti reperibile, e gli diresti che vuoi solo stare sola un po', un paio di giorni, o forse tutta la vita, oppure spegneresti quel telefono e lui non saprebbe niente, e andrebbe dai carabinieri e loro potrebbero dire che uno è libero di andare dove vuole, se è maggiorenne, anche se non è mica tanto vero, a pensarci, e con quella cosa del gps ti troverebbero, saprebbero subito dove sei, verrebbero a prenderti e direbbero che sei una mamma stressata e depressa e ti darebbero qualche ricostituente e due pacche sulle spalle.
E mentre spingi la porta a vetri della farmacia sai che non avrai mai il coraggio di prendere quel treno.
Però lo sai anche che quella voglia ti resterà, un po', anche quando andrà tutto bene, anche quando ti sarà passata la stanchezza, anche quando le tue figlie saranno grandi, perché è proprio il fatto di essere mamma che ti nega la libertà.
Come ha detto quella scrittrice sudamericana a proposito della differenza tra uomo e donna nel gesto creativo,
c'è sempre una donna che chiude a chiave la porta perché il genio maschile possa esprimersi; lo separa dal mondo, risolve tutto per lui in modo che possa rimanere concentrato e puro, tiene alla larga gli intrusi e le quisquilie quotidiane e provvede a tutto a tutto all'esterno cosicché all'interno lo spazio possa irradiare solo la sua luce. A una donna […] nessuno fa il favore di chiudere la porta. Se poi è madre, non riuscirà neppure a chiuderla da sé. Al primo lamento del figlio, anche se ha già vent'anni e vive in un altro continente, l'aprirà, si lascerà alle spalle la dimensione sublime di non so quale creazione e correrà da lui. In altre parole, non è solo il fatto di non avere una sposa devota che ci impedisce di isolarci: è la maternità. La maternità e l'isolamento sono realtà irreparabilmente in conflitto. (Marcela Serrano, L'albergo delle donne tristi, traduzione di Simona Geroldi, Feltrinelli 2001, p. 148).
Il discorso non è limitato al gesto creativo. E una non lo sa, a cosa va incontro, quando diventa mamma. O forse si illude che per lei sarà diverso, che quel mamma pronunciato cento volte al giorno la commuoverà ogni volta, e tutto ruoterà intorno a quel figlio e a quello che fa, mangiare dormire fare la cacca ridere piangere camminare parlare fare le capriole, e così per tutta la vita. E sarà pronta, sì, ad alzarsi dal gabinetto nel mezzo del suo gesto creativo quotidiano alla prima voce del pargolo.
Siamo fatte così.


Allora siccome certe volte hai bisogno di staccare la spina, di sentirti libera com'eri prima che un ciclone travolgesse per tre volte la tua vita, alla fine fai in maniera lecita e organizzata quello che anni prima non avevi avuto il coraggio di fare.
E ti ritrovi sul sedile passeggero della macchina della tua Amica di Arbizzano, mentre lei guida verso una destinazione lontana ma conosciuta, a parlare di tutto, a spettegolare, a ricordare gli amici comuni, le risate, le sfighe, le stanchezze e il lavoro che vi hanno separate in questi anni, con il cellulare sempre acceso ma con la mente già in vacanza anche mentre mangi un bretzel e bevi una birra Forst nel giardino d'estate della Forst, con il cellulare acceso ma con la testa già sulla montagna, in mezzo alla neve dell'estate.
E quando arrivate, tu con le infradito-gioiello e la canotta e i pantaloncini corti, lei con i pantaloni bianchi i sandali e la collana a sei giri, respirate l'aria fredda della montagna e riempite i polmoni di libertà, saltate l'aperitivo di benvenuto perché ormai non c'è più tempo e andate a mangiare subito ché ormai son quasi le otto e il ristorante chiude, in montagna si va a letto presto, e fate un giro fuori a guardare le stelle che sono vicinissime, finché un sedicente astronomo montanaro non commenta il vostro look cittadino del tutto inappropriato e vi invita a bere qualcosa al pub. E non c'è nient'altro, in quel posto, se non l'albergo e il pub, e la funivia che porta a tremila metri, e allora lo seguite al pub, quel montanaro che ha un nome ch'è tutto un programma, perché non lascia crescere l'erba da quanto parla, un montanaro logorroico non s'era mai visto. E il barista, un barista che sputa fuoco dopo aver bevuto lo Stroh, quel barista che doveva offrirci l'aperitivo ci offre una grappa, e poi un'altra, e un'altra ancora, albicocca prugna noce, finché non sono brilla e rido anche per le barzellette, che a me le barzellette non mi fanno ridere mai. Quasi mai.
E il giorno dopo saliamo sulla funivia, che all'Amica di Arbizzano piace un casino che ce l'ha pure in casa, in miniatura, e resta affascinata quando le cabine si incrociano, e tutte le volte le guarda come se fosse la prima volta e mi dice è partita! che ore sono?, per vedere se è vero che parte ogni mezz'ora, e arriviamo in cima, tremiladuecentododici metri di montagna e un ghiacciaio piccolo e sofferente e pietroso e grigio, grigio come una coda di topo, sarà per quello che si chiama Coda Grigia, ma noi siamo lì, con il bianco della poca neve negli occhi e il cielo più blu del blu, a guardare i ragazzi che fanno acrobazie sul piper con lo snowboard e a scodinzolare con i nostri sci a noleggio giù per l'unica pista, già con il fiatone dopo la prima discesa.
E vorrei vedere voi a tremiladuecentododici metri dopo sei anni che non vai in palestra.

E io ho quella maglietta rossa dove c'è scritto WonderWoman che mi hanno regalato i Pado, e sotto il costume, perché l'Amica di Arbizzano mi aveva detto che c'era caldo, a sciare d'estate, e io lo sapevo che qualcuno scia in maniche corte, e lei mi ha detto Se ti senti figa puoi sciare anche in costume, e in realtà no, non è che proprio mi senta figa da sciare in costume ma lo farei, così per ridere, che tanto non c'è mica tanta gente, a sciare, e poi per trasgredire un po', ma non fa mica così caldo da stare in due pezzi.
Però quando abbiamo finito di sciare, a mezzogiorno, che la neve è sciolta e non ci si riesce più, a fare le belle curve morbide, ci mettiamo sulla terrazza a prendere il sole, il sole di tremiladuecentododici metri con la neve intorno, erano anni che non lo facevo, e ci togliamo anche i pantaloni da sci, e gli scarponi e le calze, e mi sento così bene che non ho niente da dire, e un po' stiamo in silenzio a goderci la montagna e un po' ridiamo e mangiamo i panini della colazione, che ce li siamo portati via anche se non si poteva, di nascosto, sotto la maglietta, dei panini morbidi con i semi di girasole imbottiti di speck e formaggio, e poi compriamo due arance e due pesche e le paghiamo un euro l'una, e la ragazza alla cassa ci fa pure lo sconto ché costavano un euro e trenta, ma d'altra parte sei al self service a tremiladuecentododici metri, mica dal frutaròl del porto che con un euro e trenta ce ne compri un chilo, di arance.
Chissà servito quanto ci costava.
E poi stiamo un'ora nella vasca idromassaggio, che penso sia la ragione per cui non mi fanno male tutti i muscoli, e ogni tanto le bolle si spengono e devi schiacciare un bottone per farle ripartire, e abbiamo tutta la vasca per noi, e l'acqua arriva fino al mento, e anche un pochino più su, e le bolle sono forti e sollevano le gambe e la mente e il cuore e stampano in faccia un sorriso che ci resta attaccato tutta la sera.
Per cena ci mangiamo canederli e zuppa di gulasch e pesce alla brace e crema catalana, e mentre fuori si scatena il temporale ci beviamo un afterdinner e ci sentiamo bene, stanche, felici, strane, brille, libere, libere, libere.

Amica, dove si va la prossima volta?

lunedì 30 luglio 2012

Sliding doors (amici da una vita #2)

Tre mesi prima di partire per Shanghai ricevo una telefonata.
È una telefonata inaspettata, di quelle che guardi il numero e non lo riconosci, e rispondi pensando Adesso chi è che rompe le balle, e vai sul poggiolo perché non vuoi che chi ti chiama inorridisca alle grida delle tre pargole che giocano a rincorrersi, e poi quando senti chi è ti si apre il sorriso, che quasi non ci credi, perché non la vedi da una vita, anche se sai che si è sposata, ma è così tanto che non la senti che sembra impossibile che sia lì a parlare con te, da un telefono che non ha neanche il filo, e pensi che l'ultima volta che vi siete viste probabilmente i telefoni il filo ce l'avevano ancora, e invece adesso sei sul poggiolo con il cellulare all'orecchio mentre lei ti dice che ha avuto una bambina che, fatalità, ha un anno meno della tua.
(Riflettendoci, quando hai tre figlie è probabile che i figli dei tuoi amici abbiano la stessa età, un anno di più o un anno di meno di almeno una delle tue).
E lei si chiama come te, che quando siete nate andava tanto di moda quel nome lì e le vostre mamme erano amiche e vi han dato lo stesso nome, e allora era un po' un casino perché quando chiamavano una rispondeva l'altra, però era anche divertente perché con lei ogni cosa era un pretesto per ridere.

E poi decidete di vedervi, e la inviti al compleanno del Gatto Selvaggio con la sua bambina, e lei viene e ti sembra che sia sempre uguale, che ogni volta che parla cominci a ridere e non smetti più, e sa giocare con i bambini senza stancarsi, mica come me che dopo un po' mi stufo, e lei poi ci invita nella sua casa nuova di Arbizzano, e suo marito è architetto come lei, ha due occhi azzurri che sembrano di ghiaccio, i capelli arruffati e le sopracciglia folte e tu pensi che abbia un'aria un po' mefistofelica, ma poi sorride e prepara un aperitivo di quelli giusti, e loro mica lo sanno che io adoro l'aperitivo ma lo scoprono quella sera, e allora lui ne prepara un altro e tra l'aperitivo e le chiacchiere alla fine sono un po' brilla, che è meglio che non guidi la macchina e perdo lo spettacolo a teatro, ma che bella serata che abbiamo passato.
Che l'ArchitettoMefistofelico sa cucinare benissimo e prepara un piatto esotico con l'ananas e la carne, mentre le bambine saltano sul divano o colorano sul pavimento, e insomma fanno casino ma loro non se ne curano, e tu al loro posto saresti già alla terza urlata, ma invece sei lì brilla che ridi e fai progetti per le vacanze.

E ti viene da pensare che a volte ci sono degli scherzi della vita, che succede che abiti vicino per degli anni e non ti vedi mai neanche per sbaglio, per la strada, al ristorante, che magari è come in Sliding doors che ti sfiori e non ti incroci per un attimo, e poi capita qualcosa, gli atomi delle vostre vite si toccano e vi ritrovate all'improvviso, e però succede anche che proprio in quel momento lì hai deciso di voltare pagina e vai lontano, così lontano che cambia come il giorno e la notte.
Ironie della vita.
E poi arriva il momento di partire, e lei e suo marito l'ArchitettoMefistofelico ci regalano 92 cartoni animati da guardare quando siamo là, e li mettono tutti in un hard disk, perché quando sei in un paese straniero è meglio avere almeno dei cartoni da guardare, e noi quando siamo là li guardiamo e pensiamo a loro.

E adesso è passato un anno, e io sono ancora un po' stranita da questo ritrovamento, e un po' non mi sembra vero che eravamo piccole insieme, che siano passati tutti questi anni, e un po' mi sembra che ci conosciamo da sempre.
E poi la settimana scorsa lei mi fa una proposta. Un miraggio. Una boccata d'aria così fresca che devo mettermi la felpa di pile.

(continua)

martedì 15 maggio 2012

Di stupidità e bellezza

Capita che un giorno decidi che andrai a comprare tutto il necessario per mettere a posto la terrazza, costruire un piccolo gazebo con canne di bambù e stoffe leggere, e invece non solo piove, ma non sei neanche più tanto sicura che resterai a vivere in questa casa, e quindi rimandi.
E passi la mattina studiando svogliatamente qualche parola che non ricorderai, e leggendo un po' del romanzo che ti intriga un sacco ma che hai scoperto molto più introspettivo di quando il titolo facesse presagire, e molto più cerebrale, e meno leggero, e meno libero.
E poi ti tocca andare in ospedale, per toglierti il dubbio di aver fatto una delle cose più stupide che una donna possa fare (pensato qualcosa di stupido? Ecco, più stupido), e ti viene in mente che non è neanche la prima volta che ti succede, di avere quel dubbio lì. E pedali per venti minuti, rischiando di finire sotto un bus, e poi vedi questo ospedale organizzatissimo, dove sei accompagnato da signore gentili e silenziose, dove aspetti solo cinque minuti, giusto il tempo per farti capire che la dottoressa è indaffaratissima ma in realtà è lì proprio per te, tutto l'ospedale è lì per te, per accoglierti e farti sentire tranquilla e per niente stupida come ti senti, e si sa che se non avessi la carta di credito non ti si filerebbe nessuno ma tu, oltre alla carta di credito, hai pure la tessera dell'assicurazione, e quindi non paghi un centesimo, almeno finché l'organizzatissimo nosocomio non si renderà conto che l'assicurazione non copre la temporanea perdita di memoria né la stupidità recidiva, e poi rifletti trenta secondi sulla proposta della dottoressa di fare un check up completo e rispondi che no, grazie, stai bene, forse avresti bisogno solo di un po' di fosforo, e di un'altra settimana in Italia.
E torni a casa, e ti sembra di non aver combinato niente tutto il giorno, e ti resta dentro una sensazione di inutilità e una vaga tristezza.

E poi capita che accompagni una nuova amica al mercato delle stoffe di Shilipu, e mentre la tua amica guarda le stoffe per farsi un qipao, anche lei contagiata dal fascino mandarino, pensi che se resterai in quella casa comprerai della stoffa leggera e bianca e farai delle tende morbide che dondoleranno al vento, e poi dipingerai le lanterne che hai lasciato fuori tutto l'inverno e si sono arrugginite un po', e cambierai anche le sedie e il tavolo e metterai qualcosa di più sofisticato, e poi inviterai gli amici a prendere un aperitivo in terrazza, e preparerai grissini e pezzi di formaggio e bocconcini alle olive e ventagli di pastasfoglia.
Poi ti fermi a mangiare nel ristorante dove fanno gli XiaoLongBao più buoni di Shanghai, proprio di fronte al laghetto dello Yu Garden, dove puoi prendere i tuoi ravioloni ripieni di granchio e mangiarli direttamente al piano terra, e allora paghi 25 yuan, oppure puoi salire al primo piano, e però devi spenderne almeno 40, o nella stanza di fianco, e allora devi essere disposto a mangiare di più perché la spesa minima è di 80 yuan, e se proprio vuoi fare il turista figo o vuoi festeggiare alla grande allora vai al terzo piano, dove puoi spendere ancora di più, mangiare per tredici e godere della vista sul laghetto e anche un po' sullo Yu Garden.
E scopri che la tua nuova amica è simpatica, ha una vita che sembra un romanzo sudamericano e i tuoi stessi gusti in fatto di qipao, e anche di XiaoLongBao, e ti dispiace un po' non averla conosciuta prima, e quando torni a casa aiuti la BB a fare i compiti e il Gatto a imparare la parte per la recita, e poi disegnate insieme un gatto azzurro che dorme su un tappeto pieno di cuori e dei fiori colorati, e il Gatto ci scrive sopra È tutto così bello, e tu pensi che in fondo sì, è bello, non solo il disegno con i fiori.

martedì 17 aprile 2012

Goliardate

La rete è piena di insidie, si sa.
Chissà cosa deve aver pensato, per esempio, quello che è capitato qui cercando Donne viziose, a trovarsi davanti la BB con la luna storta, la Gabbianella urlante, un Gatto inselvatichito e una Wonder mezza isterica alle sei del pomeriggio, donne, se proprio vogliamo chiamarle così, che potrebbero essere catalogate al più come viziate.

Tuttavia, la rete consente anche di conoscere bella gente. Il mondo dei blogger, a me sconosciuto fino a qualche mese fa, è accuratamente catalogato, come un fondo bibliotecario, ma se vai random va bene lo stesso, anzi a volte ti va meglio.
Io, andando random, ho trovato Morelle, che scrive bene, mi diverte, e probabilmente fa il lavoro che avrei voluto fare io, se le cose fossero andate diversamente, tempo fa. Meglio così, detto fra noi, perché lei è molto più brava di come sarei stata io.
Comunque.
Siccome sia io che lei, evidentemente, abbiamo tempo da perdere, ci siamo divertite a fare un gioco.
Per chi capitasse qui con una ricerca di gugol, non si tratta di un gioco erotico.
Si tratta di un modo per conoscerci meglio, e continuare a ridere di noi, tra noi.
Non sono sicura che lo scopo (conoscerci meglio) sia riuscito. Morelle, infatti, mi definisce “donna (e fin qui concordo) di indubbia intelligenza (qui si intuisce che non ci frequentiamo da molto) e di grande umanità” (da qui sapete per certo che non ci siamo mai incontrate, meno che mai qui da noi alle sei del pomeriggio).
Però ci siamo divertite.
Il gioco lo spiega Morelle nel suo blog, qui
Ed è solo l'inizio.

lunedì 6 febbraio 2012

Quarant'anni e non sentirli (e continuare a dire che sono 39)

Rebecca non mi ha mai detto il suo vero nome, ma se dovessi dire che è un fiore direi che è un cardo, bello e spinoso, tenace ma in fondo tenero.
Eravamo in undici, tutte donne, alla festa per il suo compleanno. Cena cinese allo ShunXing, teatrale ristorante al 1088 della Yan'an Xi Lu, cucina dello Sichuan e spettacolo dal vivo. Le ballerine mostrano l'ombelico e movenze sinuose con la testa addobbata di splendidi gioielli e piume lunghissime, le danzatrici del Tè danzano con ciotole in mano e il danzatore del Tè esegue acrobazie con una teiera dal lunghissimo beccuccio che finisce inevitabilmente per riempire le tazze delle ballerine (tralascio i commenti su altri spruzzi in altre tazze). Le maschere dell'Opera cinese cambiano maschera e danzano ritmicamente, l'uomo con la fiaccola sputa fuoco, l'uomo-lanterna esegue complicatissimi movimenti con una lanterna accesa in testa sotto lo sguardo vigile della moglie in un siparietto da varietà alternativo.
Se non fosse stato per il sugo piccante dei noodles, che ho avuto l'avventatezza di assaggiare per primi, avrei forse sentito il sapore anche delle arachidi fresche, dell'insalata di pollo e tofu, del manzo stufato con le patate. Il riso bollito non fa miracoli, ma aiuta a recuperare l'uso delle papille gustative, cosicché ho scoperto che le orecchie del maiale in carpaccio non sono molto saporite e in più sono anche un po' cartilaginose, i funghi saltati deliziosi, il vino caldo molto simile al nostro marsala, la birra leggera, le cialde di riso con bambù in salsa dolce decisamente gustose, le rane mollicce e grasse e istruttive, e infatti adesso ho imparato che se una pietanza galleggia in una brodaglia rossa significa che è piccante. Adesso so anche riconoscere i peperoncini verdi ripieni, e non li scambio più per fagiolini.
Alla fine della cena, mentre ancora avevo nel piatto qualche vermicello piccante e gli ossetti della rana, mi hanno ingiustamente condannata e giustiziata, nonostante il mio lacrimevole ultimo speech in cui assicuravo la mia innocenza. Perché non ero mica io il killer, era una ragazza cinese dalla faccia d'angelo che io ci avrei scommesso l'osso del collo che era lei, ma siccome era troppo carina e gentile non ci ha pensato nessuno, e ha potuto uccidere altre tre persone prima che venisse scoperta e il gioco finisse.
Allora un tassista pazzo ci ha portato al karaoke, e siamo salite al sesto piano di un palazzo che si chiama PartyWorld, tutto un programma, ci siamo rinchiuse in una stanza di tre metri per due, con casse e divanetti e microfoni, e abbiamo cantato a squarciagola lacrimevoli canzoni cinesi dove la ragazza è sempre lì che aspetta l'uomo della sua vita, l'ha perso o è morto, oppure vive una vita non sua e il principe azzurro la bacia ma poi lei si sveglia ed è di nuovo sola. Io ho anche chiesto qualcosa di italiano, ma non c'era niente dei Modà, niente di Vasco e nemmeno degli Oliver Onions, soltanto O sole mio (ti pareva) e Baglioni, quella canzone tristissima del passerotto non andare via che evidentemente è così triste che piace perfino ai cinesi, oltre che a Diego, cuoco per passione e cognato per amore.
Così abbiamo cantato Dancing Queen, Heal the World, urlato tre volte Rah-rah-rah-ha- ha-ha roma-roma-mama, storpiato un numero imprecisato di canzoni dei Beatles, WakaWaka e Hotel California, scoprendo con l'occasione che evidentemente è una metafora, e io non l'avevo mai saputo. Poi abbiamo bevuto casse di qingdao e coca cola, fumato fumo passivo, mangiato una torta improbabile rosa a forma di cuore (ma secondo me il pasticcere aveva in mente delle altre forme) con le cicogne di panna e le foglie verde pisello, assaggiato un tè con bacche rosse galleggianti, ballato sexy dance, giocato a morra cinese e vinto sempre e esultato come fanno i maschi, e riso come non mi succedeva da secoli.
A notte fonda, una luce è accesa, la casa dorme, un mucchio di vestiti sul divano, la tavola sparecchiata, solo bicchieri impilati nel secchiaio. Mi chiedo cosa abbiano mangiato gli abbandonati (se abbiano mangiato), quando vedo una pila di cartoni della pizza che troneggia in un angolo sul pavimento, e qualche lattina di coca.
Tutto ok.
Posso rifarlo.

lunedì 16 gennaio 2012

Colazione da Tina

Vieni da me per colazione la settimana prossima? Lunedì va bene?
L'sms di TinaLaCuoca mi lascia stupita, dal momento che, dopo che ci siamo conosciute poco più di quattro mesi fa, non ci siamo più viste.
Però TinaLaCuoca è una ragazza entusiasta e positiva, ama viaggiare, ha due figli gemelli e vive a Shanghai da oltre due anni, e oltre a essere italiana è anche cuoca, il che la rende ai miei occhi una specie di rarità dalle doti aliene, checché ne dica la Doris.

La prospettiva di un pranzetto italiano al posto dei noodles coi funghi mi alletta. Ringrazio, accetto e aspetto lumi sull'indirizzo e l'orario, ché qui in Cina mangiano presto ma lei è italiana, e non si sa mai.
Dopo le 7,30 va bene, mi risponde.
Come le 7,30? cioè intendevi prima colazione, desayuno, petit déjeuner, Frühstück, breakfast insomma? Non ci conosciamo quasi, e mi inviti a casa tua la mattina all'alba col rischio che ti trovo in vestaglia coi bigodini e le ciabattine? Sì? E vabbè, mica proprio uguale, addio pranzetto italiano. Però le sette e mezza è un po' presto, anche le otto, direi. Vengo per le nove e mezza, va bene lo stesso?
E così, pedalando sotto un cielo inaspettatamente limpido, mi ritrovo a casa sua, la tavola apparecchiata con i cereali e i biscotti delle principesse e le tovagliette con su scritto Sidney e il cappuccino nella tazza, e poi sul divano a chiacchierare che non ho neanche cercato una scusa per andar via, e poi si son fatte le undici, e poi mezzogiorno, e a quell'ora me ne sono andata altrimenti l'invito per colazione diventava come l'avevo inteso io, e magari avrebbe dovuto far da mangiare e forse si stufa dato che lo fa di lavoro.
Però, dico, almeno una fettina di torta, di focaccia, che so, un plumcake, magari, TinaLaCuoca avrebbe potuto farla, no?

martedì 10 gennaio 2012

Massaggio a tre

- Sai che non mi dispiace avere un uomo ai miei piedi. Fa un effetto un po', come dire, di dominio
- E anche a me, saieh? (parla così l'Amica Francese)
- Il tuo tè è buono? Il mio non sa di niente
- Hanno detto che è tè ma mi sembra acqua calda, saieh?
- Beh però il pediluvio è piacevole
Sedute su un divanetto di legno con i piedi a mollo aspettiamo di cominciare il massaggio. La luce fioca della stanza viene da una lampada rosa a forma di loto, il profumo dalle candele accese, il tè, o acqua calda che sia, ci viene servito in piccole tazze scure.
I due ragazzi stanno in silenzio, asciugano i piedi, infilano le ciabattine, aprono scatolette di legno dove riporre bracciali e collane, aspettano pazienti dietro l'asciugamano che ci togliamo la vestaglia di seta e ci sdraiamo sul lettino.
Ci coprono con i teli caldi e scompaiono dietro la porta scorrevole.
Mi viene un po' da ridere, con la testa infilata nel cerchio che vedo solo un pezzo di pavimento, che tra l'altro ha una specie di moquette molto gradevole.
La musica è lenta e bassa, appena percettibile.
- Perché ci hanno prenotato solo il massaggio parziale, lo saieh?
- Veramente no, non sapevo nemmeno che fosse parziale. A me il Bighi ha detto solo che avrei fatto un Aromatic Oil Massage
- Credi che non dovremmo parlare?
- Eh, forse no.
Ma le voci sono già un sussurro.
I due rientrano, li sento che appoggiano qualcosa sul tavolino. Sono le boccette di olio aromatico, bianche e ricurve.

Non riesco a rilassarmi del tutto. Non credo che riuscirei mai a dormire, come fanno alcuni, mentre uno sconosciuto mi spalma di olio dalla testa ai piedi. Eppoi mi sembra che insista un po' troppo sulle chiappe.
- È una tua impressione, un massaggio di un'ora non può mica stare solo sulle spalle.
(La mia Coscienza è piuttosto pratica)
- Però mi sembra che ci prenda gusto, questo qui...
- Ma sai quante ne ha viste meglio di te, col lavoro che fa?
(è anche tranchant, la Cosci)
- Eh. Ne avrà viste anche di peggio, comunque. Poi magari se mi massaggiasse un po' i piedi...
- Tu sottovaluti il potere feticistico delle estremità
- Macché sottovaluto! Se ho un piede anche a Chicago...
- Ma rilassati, vedi ch'è piacevole, anche se sono piccole le mani massaggiano bene.
- Sono in proporzione, i cinesi son tutti piccoli
- Sono tutti piccoli? Intendi che tutti sono piccoli o che hanno il corpo tutto piccolo? Perché in tal caso...
(La Cosci è maliziosa, pure)
- Cambiamo discorso, va', che è meglio, altrimenti divento rigida come un legno.

I due massaggiatori massaggiano all'unisono (solo dietro. Sarà per quello che è un massaggio parziale?), finiscono contemporaneamente e ci fanno indossare la vestaglia nello stesso istante.
Spariscono di nuovo dietro la porta, poi ricompaiono con il tè (o acqua calda) e due fette d'arancia.
- Allora, sei rilassata?, chiedo all'Amica Francese, le facce un po' stravolte.
- Mica tanto, saieh? Non riesco con i massaggi a rilassarmi del tutto... Però mi è piaciuto quanto passava così con le mani sulle mani, il mio aveva le mani piccole, e il tuo?

A volte ho il sospetto che la Cosci frequenti anche l'Amica Francese.

lunedì 5 dicembre 2011

Mani fredde, cuore caldo

Le finestre sono appannate, e quando sposto la tenda una goccia di condensa scende incerta lungo il vetro e lascia una scia trasparente.

Il vento punge la faccia e le mani mentre allaccio la bici al palo e ficco in borsa il giornale che non avrò tempo di leggere, né voglia, forse.

In casa dell'Amica Francese c'è profumo di torta e caffè, e vogliamo prendercela comoda, ma dopo un'oretta usciamo verso TaiKangLu, perché Esse, mamma delle AASisters, è arrivata da un mese e non ha ancora fatto la turista, e vogliamo mostrarle un po' della nostra Shanghai.

In questa gelida mattina di dicembre Tianzifang è quasi deserto, anche se la luce è bellissima e c'è aria di festa, e non basta entrare in tutte le bottegucce per prendersi un po' di caldo, dal momento che la maggior parte non è riscaldata. Però mi piace guardare ancora tutte le ciotole, gli uccellini di ceramica, le borse di stoffa, le sciarpe e le piastrelle di smalto, le cartoline, i qipao, le bacchette colorate, i ventagli, le scatole, le bamboline le collane e mille cianfrusaglie, perché anche se le ho già viste dieci volte c'è sempre qualcosa di nuovo, sempre qualcosa di nascosto da scovare.

Camminiamo nel freddo fino a XinTianDi, e ci fermiamo a mangiare da M and J, ristorante italiano pieno di orientali al 156 di Xing Ye Lu, perché siamo stufe del cibo cinese e abbiamo un po' di nostalgia, e le fettuccine con pancetta e piselli e funghi sono buonissime.
Stiamo così bene che quasi ci scordiamo l'ora, e ci tocca correre un po' per tornare a casa dalle cucciole.

Qualcuno dice che il tempo non passa, a stare senza lavorare.
Io sono di altro parere.