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venerdì 12 febbraio 2016

Impulsività e ripensamenti

Capita, certe volte, che le cose succedano senza che siano accuratamente pianificate, senza che siano frutto di una scelta consapevole e meditata. Capita che alcune risposte a certe domande poste all’improvviso non siano ragionate, ma dettate invece da una vocina interiore che non tiene conto delle conseguenze pratiche di quella risposta. E non è che puoi sempre stare lì a controllare ogni minima intonazione, specie se di carattere sei tendenzialmente impulsivo. Ecco, diciamo poi che l’impulsività non aiuta molto, nelle scelte ponderate.
Ma tant’è, una volta che hai parlato non ti puoi rimangiare le parole. Al limite, puoi provare a rettificare il tiro, cercare di stemperare l’assertività decisa che ti è uscita non sai da dove in un monosillabo che non ha nulla di equivocabile, di fatto. E poi comunque non è che puoi infiorettare di molto un monosillabo.

E quindi, ho letto poi che il mio oroscopo cinese dell’anno della scimmia mi spinge a cambiamenti decisi, e quindi sarà stata la scimmia a parlare al mio posto, quella che tutti abbiamo appollaiata su una spalla, chi tutti i giorni, chi a giorni alterni, chi più giocherellona chi più fracassapalle. Io di solito ce l’ho fracassapalle, per dire, a presenza decisamente costante.

E niente, è successo che alla apparente innocua domanda di Stanley, che da quando siamo reloaded ha sostituito Bono, per intenderci, (chi non avesse idea di chi sia Bono  può guardare qui), la Wonder, forse distratta dalla scimmia fracassapalle o forse nel tentativo di tacitare quella vocina stridula che certe scimmie tirano fuori quando si sentono trascurate, ha risposto Sì, senza ripensamenti, senza tentennamenti.
E quindi Stanley ha preso le forbici e ha cominciato a tagliare, anche lui senza tentennamenti. Perché la domanda era Li devi tagliare? sottinteso i capelli, ché da un parrucchiere, per quanto cinese, uno si aspetta che di quelli intenda occuparsi. E ha tagliato, tagliuzzato, sfoltito, finché anche la scimmia sulla spalla si è risvegliata dallo stordimento causato dalla risposta decisa della Wonder e ha detto Vabbè, anche basta, dai.

Il nuovo look ha riscosso un discreto successo, se si escludono gli integralisti cinesi che non vedono di buon occhio tagli di qualsiasi natura durante il capodanno, e Gatto Selvaggio che, appena ha messo gli occhi sulla Wonder le ha detto, con una impulsività senza filtri, Tu non mi piaci così, non sembri la mia mamma.

Vabbè, lì per lì non è che sia rimasta contenta. Direi che un di merda rende piuttosto bene, la verità. Ma me ne son fatta una ragione, eh. Ho pensato che sarebbero bastati pochi giorni perché il Gatto si abituasse a vedermi con i capelli corti, ecco.

E in effetti, dopo qualche giorno, mentre ero in cucina a preparare il caffè, in camicia e un tantino scarmigliata, il Gatto mi ha guardato, inclinando la testa come fa di solito quando deve dire una cosa e non sa bene quali parole scegliere, e mi ha detto Sai, adesso cominci un po’ a piacermi, con i capelli così. Sei più buona. Forse hai tagliato via la parte cattiva. 
Mi ha abbracciato stretta e, senza aspettare un bacio, è scappata via.

mercoledì 22 aprile 2015

Le parole che ti aspetti

- Così me lo dici? comunque io lo sapevo che sarebbe successo
- Devo distendermi, aspetta
- Un po' mi dispiace
- Ah sì? beh, bene
- Ma la mamma lo sa?
- Ma come? proprio adesso? e con le bambine come fai? ma sei sicura?
- Che bello! bellissimo!
- E tu sei contenta, sì?
- Aspetta, devo riprendermi, dammi tempo.
- Lo sapevo, lo sapevo!
- No? Ancora?
- Ma va in culo
- Non so se invidiarti o no. Guardando la tua faccia, penso che ti invidierò. 

Ci sono vari modi per reagire alla stessa notizia.
Che è un po' che te la tieni dentro, e vorresti dirla ma poi invece taci, perché è meglio aspettare e essere sicuri, o per scaramanzia, o perché temi le reazioni, a quella notizia.
C'è chi è contento, chi è triste, chi tutt'e due, chi se ne frega, chi dice parole di circostanza, chi invece lo capisci che ti parla con il cuore.
E io me l'aspettavo. 
Perché quando dici Torno a Shanghai, che è un po' che ci pensi e però non l'hai ancora detto, l'hai solo immaginato e sperato e temuto insieme, quando lo dici, alla fine, solo allora ti rendi conto che è proprio vero.

martedì 12 marzo 2013

Precarietà della mezza stagione

Sta finendo l'inverno. Almeno così dicono.
In effetti le giornate si allungano, non fa più buio alle cinque del pomeriggio e le temperature sono decenti, e in definitiva mangio meno cioccolata, il che tra tutti costituisce senza ombra di dubbio l'indicatore più attendibile.
Siamo nel mezzo della mezza stagione. Chi ha detto che non esistono più le mezze stagioni non va a spasso in marzo da un bel po'.
E nel mezzo delle mezze stagioni succede un fatto. Succede che, quanto ad abbigliamento, sei sempre inevitabilmente inappropriata.

Ti alzi alla mattina, guardi fuori il sole pallido che a stento scaccia la nebbiolina che avvolge le primule, rabbrividisci nella sottoveste e decidi di infilarti i jeans e quella maglia di lana che ti piace tanto, calda come l'abbraccio dell'amore tuo, e poi ti ritrovi a mezzogiorno a sudare come un cavallo mentre cammini velocemente verso la scuola in ritardo per la recita.
Capita che, dopo giorni di pioggia e nuvole, guardando fuori vedi il sole nel cielo blu e decidi che è ora di mettere via il piumino e indossare quel cappottino di lana fashion che non metti da tanto, e finisci per ficcarti in un bar a bere un caffè e a scaldarti un po' da quel vento freddo che si è infilato dappertutto.

Per non parlare della pioggia, quella pioggerella leggera che quasi non si vede ma che bagna fino alle mutande e riduce la capigliatura a un ammasso crespo e informe, perché l'ombrello non ce l'hai, non lo porti mai ché tanto poi lo dimentichi in giro e se per caso l'hai messo nella borsa ti dimentichi di avercelo messo. E comunque in genere nella borsa non lo metti, ché un ombrello, se anche è un ombrellino pieghevole sfigato, pesa un accidenti, e nella borsa hai già un portamonete con due chili di spiccioli (che messi insieme ti ci puoi comprare un chilo di brasato, o uno smalto Chanel), un libro, un portafoglio vuoto ma incredibilmente ponderoso, le chiavi di casa che neanche san Pietro, un paio di calze antiscivolo del Gatto rimasuglio dell'ultima festina, quegli orecchini che ti si impigliavano dappertutto, un rossetto, uno specchietto, fazzoletti, scontrini sparsi, il cellulare, una bottiglietta d'acqua, dei cioccolatini con dentro il liquore e la ciliegia (perché l'inverno sarà anche quasi finito ma quando cammini da sola nell'aria fredda che scompiglia i capelli ci vuole qualcosa che riempia il cuore) e gli occhiali da sole dentro una ingombrantissima custodia rigida.
E insomma l'ombrello non ci sta, nella borsa.

Ma il bello delle passeggiate nel mezzo delle mezze stagioni è guardare la varia umanità che passeggia come te.
Perché in effetti essere inoccupata comporta l'indubbio vantaggio di poter disporre di una discreta quantità di tempo libero, il che consente di rendersi conto che c'è in giro un sacco di gente che non fa niente, motivo per cui in un romanzo dell'ottocento si definirebbe in modo piuttosto appropriato nullafacente, ma che adesso ho l'impressione che sia per lo più disoccupata.
Oddio. Disoccupata. Non è mica chic da dire, disoccupata. Che orrore.
Eppure personalmente non posso nemmeno fregiarmi del pur vituperato titolo di precaria, in quanto, sebbene mi senta in equilibrio abbastanza instabile, la mia condizione promette di essere piuttosto definitiva, la verità.

Comunque le passeggiate in centro, dove si raduna un sacco di gente che ha, diciamo così, del tempo libero, sono illuminanti circa la discrezionalità della percezione delle temperature.
C'è per esempio una signora che ha deciso che ancora non è tempo di smettere la pelliccia, però la tiene slacciata e ha un foulard che pende dal collo. Il turista evidentemente nordico sfoggia bicipiti lattei e una pancetta prominente sotto la maglietta estiva, però fa effettivamente un po' pena e sono sicura che se san Francesco fosse ancora vivo non esiterebbe a regalargli il suo mantello. Un gruppetto di quindicenni semianoressiche si pavoneggia in minigonne inguinali e ballerine rosa ma anche se hanno tutte le gambe viola e le labbra blu non ammetteranno mai di avere un freddo della madonna, e continueranno a scuotere i lunghi capelli, a camminare tenendosi strette e a ridere a ogni passo.

Il bancario senza cappotto cammina leggiadro nel completo scuro, ché tanto arriva solo fino al caffè all'angolo; il barista del caffè all'angolo è in maniche di camicia, perché affacendato a distribuire caffè a destra e a manca. Il commercialista a destra indossa un cappotto di taglio classico e l'ombrello legato alla valigetta, l'architetto a manca una giacchetta di velluto a coste e la sciarpa annodata in modo sapientemente casuale; la sciura platinata ingioiellata come la Madonna della Visitazione ostenta una mantellina di volpe siberiana che copre appena la camicetta di voile, il nerd ha l'aria torva dietro il collo rialzato del giubbotto imbottito e lo scooterista si aggira presso il bancone bardato come un palombaro, con il casco appeso al braccio.

Insomma, c'è un sacco di gente che vive con indifferenza la precarietà della mezza stagione, e fa un po' come se non esistesse, ancora restia a lasciar andare l'inverno nonostante la temperatura primaverile di mezzodì o già proiettata verso il caldo dell'estate a dispetto dell'aria frizzante e della nebbia mattutina.
E io, pensandoci bene, mi sento un po' come una mezza stagione, che ci sono dei giorni in cui la luce è più intensa e tutto sembra roseo, e poi all'improvviso l'aria si fa fredda, il cielo si rannuvola e piove tre giorni di seguito.
Confido nel fatto che, a ben vedere, le mezze stagioni son lunatiche, nervose, matte e confuse, ma hanno il vantaggio che non annoiano, e durano così poco che quasi non te n'accorgi.

giovedì 10 gennaio 2013

Tentativi

È che qui succedono delle cose. 
Ché io cerco di assestarmi, di non tossire, porto le bambine a scuola, le vado a prendere, mi commuovo a vedere la Gabbianella che mi saluta sorridente dal pulmino giallo, ascolto racconti interminabili di mattine scolastiche, preparo svogliatamente pastasciutte e cene a base di verdure, faccio la spesa, sistemo casa, vengo travolta da mamme e papà dei nuovi compagni di scuola ma non mi ricordo più i nomi, ascolto radio dj, ho la borsa piena di foglietti con scritto cosa devo fare ma poi non li leggo, perché nonostante la letteratura sia piena, come mi dite, di elenchi straordinari io devo ancora imparare a farle, le liste.
Parlo con le maestre, faccio lavatrici, mi lascio sommergere da camicie e magliette dato che il ferro da stiro si ribella, passo l'aspirapolvere, faccio telefonate, tolgo decorazioni dall'albero di natale, scommetto che in Cina c'è una farfalla che sbatte le ali a ripetizione perché in casa esplode un uragano ogni due per tre, guido sulle strade tortuose delle torricelle e mi sento un po' come fossi al GP, ché se avessi la mia ducati invece che la ford station wagon del nonno sarebbe pure bello.
Insomma, cerco di trovare una mia routine, perché senza routine non riesco a programmare, e se non posso programmare mi sento persa, sono come quelle mosche rimbambite che girano in tondo e poi finiscono per sbattere contro il vetro, si fermano un po' lì, ci camminano sopra senza capire come andare fuori, poi fanno un altro giro in tondo, lente e fastidiose, e tornano a sbattere contro il vetro.

Però poi succede che apri la posta elettronica, e ti aspetti di vedere la sfilza di email di facebook che ti comunica quante persone hanno commentato il link della tua amica, e in effetti le trovi, però trovi anche un saluto del MaxDad, uno della Gio, un invito del Community Center, una comunicazione del Passport Club, gli auguri di Franc del corso di fotografia che organizza delle uscite per febbraio, sarebbe bello poterci andare, no?
E mentre sei lì, collegata a skype perché si apre in automatico quando accendi il computer, ti arrivano dei messaggi da Shanghai, come va, come stai, com'è andato il trasloco, e vedi anche la finestrella lì in basso a destra che ti dice chi è online, e ci sono un sacco di persone su skype a quest'ora da Shanghai, e improvvisamente ti ritrovi là, con la testa, e ti sembra di poter prendere la metro e andare a trovare l'amica francese, e mangiare la crema al cocco e farti dare la ricetta, per un attimo ti sembra di essere là, con il cuore, anche se hai le gambe distese sul divano e i piedi sul cuscino nella tua sala con sette finestre al terzo e ultimo piano della casa del cesiolo.

E guardi i vetri delle finestre, e pensi alla mosca, e anche fugacemente a Kafka e a quell'insettaccio schifoso, e concludi che no, non corri il pericolo di andare a sbatterci contro, a quei vetri, non foss'altro perché son talmente sporchi che quasi non ci vedi fuori.

giovedì 3 gennaio 2013

Va tutto bene

Ecco, ci sono.
Come mi sento? Non lo so. Devo ancora elaborare una risposta adeguata.

Però, a chi me lo chiede, dico che va tutto bene.

Oddìo, bene.
Sono oppressa da una bronchite che mi fa tossire peggio di un minatore della Valtrompia, la casa mi esplode addosso con tutte le stoviglie e le valigie e i giocattoli, l'atmosfera natalizia mi mette tristezza e il Bighi, nell'ansia di fare spazio ai 76 scatoloni (che per inciso devono ancora partire da Shanghai), o più probabilmente preso anche lui da una sottile insofferenza per quello che i colleghi cinesi in visita turistica hanno definito un bel villaggio, ha deciso che dobbiamo mettere ordine, eliminare il superfluo, svuotare gli armadi, cambiare la disposizione dei mobili, e dopo aver tolto dalla soffitta scatole da scarpe, pezzi di parquet e mattonelle del bagno tenute dai tempi della ristrutturazione perché non si sa mai, cartoni di vecchi giocattoli e un numero imprecisato di sacchetti dall'ignoto ma indiscutibilmente inutile contenuto, ha sentenziato che in definitiva il meglio di tutto sarebbe cambiare casa.

Ognuno reagisce a modo suo.

Io cammino. Cammino guardandomi intorno, cercando di notare le cose diverse nelle strade, ascoltando i discorsi della gente, scoprendomi a capire anche il dialetto e provando una strana sensazione all'idea di me che tentavo di distinguere i suoni incomprensibili del dialogo di due ragazze tra la stazione dello zoo e quella di XinTianDi della linea 10 della metropolitana e che gioivo nel cogliere qualche minimo pezzo di conversazione.
Percorro le solite vie, tra i soliti palazzi, cercando facce conosciute senza trovarle, guardando senza stupore le signore con i sacchetti pieni di pandori e panettoni, inventandomi una storia dietro due ragazzi che si abbracciano sul ponte mentre trascinano una piccola valigia nel sole tiepido di un giorno di festa.
Incontro vecchi amici, aspetto di vedere le amiche del platano, mangio pandori con lo zabaglione e tavolette di cioccolato svizzero, sciolgo medicine nell'acqua bollente, lavo flute e calici di cristallo, accendo candele nuove e butto mozziconi vecchi (li terrei, di mio, ché non si sa mai, ma ora come ora meglio attenersi alla direttiva familiare sull'eliminazione del superfluo).
Recupero avanzi, scruto gli scaffali delle cartolerie e compro decine di quaderni a quadretti, colle, matite e copertine colorate, guido sola nelle strade senza traffico guardando le montagne innevate all'orizzonte e il cielo blu senza nuvole.
Tossisco.
Leggo quel libro là che parla di due lune, due mondi, due dimensioni dello spazio e del tempo, due dimensioni del cuore, e sono reali, quei due mondi lì, ma separati, che se vai in uno poi non riesci più a tornare indietro. Ma non è che una dimensione è meglio dell'altra, sono solo diverse. E in realtà non lasci la prima per tua volontà: piuttosto vieni trascinato nella seconda da una forza oscura e invisibile, che potrebbe essere l'amore, per dire.
E forse mi sento così, trascinata in un'altra dimensione, conosciuta ma diversa, perché sono diversa io, in fondo.

Però, a chi me lo chiede, rispondo che va tutto bene.

martedì 18 dicembre 2012

Disappointment

Non sarà come al platano, ma le chiacchiere da bar che si fanno alle sette e ventisei della mattina alla fermata del BusEnorme con il MaxDad e Nora hanno dei risvolti di qualche utilità.
Per esempio, ho saputo oggi che per andare al concerto di Natale della scuola della BB dovevo prenotare i biglietti. Meglio tardi che mai. Per quanto, nella fattispecie non fa molta differenza.

Cioè, per andare a
fotografare mia figlia che simula di suonare il violino (chissà se riuscirò a vederla, ché sarà in ultima fila) confusa tra mille mila altri bambini che performano Bianco Natale vestiti da pinguini (sic), bisogna attrezzarsi come alla Scala.
Qui prendono le cose un po' troppo seriamente.

E a complicare le cose sembra che di biglietti non ce ne siano più. Potrò entrare, mostrando il tesserino di riconoscimento, solo dopo che sono entrati tutti quelli con il biglietto.
Ora, la BB sarà in ultima fila, io pure, mi ci vuole uno zoom 8 chilometri per immortalare dignitosamente l'evento.

Ma la cosa più grave in questi giorni di armadi all'aria e calzini spaiati, di sacchetti di regali di quadri di porcellane, di smistamento di imbustamento, in questi giorni di nostalgia e corse e passeggiate solitarie, di shopping sfrenato e cene di avanzi, di ribaltamento di materassi e di pensieri, la cosa più grave, dico, è che non trovo più il mio tubino nero bellissimo costosissimo in fibra di bambù comprato da Madame Pure che pensavo di indossare a Natale, oltre che in un milione di altre occasioni per cui si presta un tubino nero in fibra di bambù.
Sono cose.

venerdì 14 dicembre 2012

Non so se ce la faccio. Considerazioni a margine di un sopralluogo, domande retoriche e nota tecnico-organizzativa indirizzata al comitato accoglienza

Son venuti quelli del trasloco.
A fare un sopralluogo, dicono. Perché mica basta una lista dettagliata con il numero esatto di calzini, quadri e cucchiaini e loro valore approssimativo.
Ennò. Loro devono venire di persona.
Bravi, che magari ho preso delle misure sbagliate, sai mai che ho contato 56 calzini e invece sono 63.
Facciamo il giro delle stanze. Indico quello che resta, quello che parte. E già mi viene un po' di malinconia.
Comunque. Mi dicono che vengono martedì a imballare tutto. Serve il passaporto per le dichiarazioni doganali, quindi se partiamo giovedì (Nota Bene: partiamo giovedì, non venerdì come erroneamente comunicato, e quindi arriviamo venerdì 21 alla solita ora, sia detto per inciso così il comitato accoglienza si prepara e fa spostare la prestazione della fanfara), se partiamo giovedì, dicono, il passaporto ce lo restituiscono mercoledì, giusto in tempo per la partenza.
No, dico io, ma imballate tutto tutto?
Tutto quello che spedite, sì.
Ci portate via i calzini? Le posate? Bicchieri piatti tavolo sedie e pure le candele, che fanno così atmosfera?
Tutto.
Peluches? cubi di legno? matite colorate?
Yes.
Ah. 
Però a me non so mica se mi sta tanto bene, che imballate tutto di martedì.
A parte il fatto che martedì c'è la festina di fine anno del Gatto, hai presente cosa succede se non vado?
Ma poi, noi si può anche mangiare per tre giorni di seguito con le mani, e bere coca cola dalla lattina seduti sul tappeto sul divano, ché quello è della sciura proprietaria e resta qui, e poi se anche vengono le formiche amen.
Però, ecco, tre notti tutti e cinque in un letto senza coperte e senza cuscini, quella la vedo già più dura, la verità.

giovedì 13 dicembre 2012

Sette giorni

Siamo a -7.
Non di temperatura, di giorni.
Giorni che mi restano prima di tornare.
E in questi sette giorni, giusto per semplificarmi la vita, ho due concerti di natale, due festine di fine anno, un pigiama party e una festa di compleanno.
E ho solo tre figlie, per inciso.
Però siccome non vogliamo farci mancare niente, nemmeno le cinesate di fine anno, la mia amica Umami mi ha regalato un paio di ciglia finte, di quelle professional, che potrò sfoggiare sabato alla festa di addio (poteva mancare, una festa di addio?) e pure a Natale durante il pranzo con i parenti, sempre che non si stacchino prima, ché la ragazza ci ha raccomandato di non sfregarle, ma non ci ha mica detto cosa succede a piangere (ormai lo sapete, sono una piagnona, e d'altra parte son figlia di mia mamma, scusa, eh, Piangimmi, ma tra tutte le doti che hai proprio questa cosa delle lacrime facili mi dovevi passare...).
Comunque, mentre mi arrovello su come trovare il tempo per andare a comprare quel po' di regali di natale che mi mancano (non facendo una lista, in realtà non ho idea di quanti ne manchino, ma è sempre meglio abbondare), ecco che mi arriva una email che mi propone Un esperto per i miei problemi, 24 ore su 24, a soli 16 euro e 50 al mese. 
Se è carino ci faccio un pensiero, se non altro per farmi da facchino mentre passo dal mercatino di DongTai lu al supermall di Nanjing lu, così mi resta un braccio libero per fermare un taxi.

mercoledì 21 novembre 2012

Piattini di riso e pianto

Ecco, è successo.
E prima o poi doveva capitare, lo sapevo.
Ché quando parti hai voglia di vedere tutti gli amici, e salutarli, e dirgli che ti ricorderai di loro, e che quando verranno in Italia, e che quando tu andrai in Francia, in Giappone, in America, a Taiwan, quando tornerai a Shanghai...
E allora prendi il telefono e inizi a scorrere la rubrica, e vedi dei nomi, mica sono tanti, quei nomi lì, che nella tua scheda cinese ci sono solo gli amici nuovi, e non sono mica tanti gli amici nuovi.
Veramente ci sono anche dei nomi che non ti ricordi bene a quale faccia appartengano, ma quelli sono pochissimi.
E poi mentre scorri la rubrica pensi adesso chiamo l'Amica Francese, e state al telefono un'ora e promettete di vedervi, prima di partire. E anche Doris, che adesso ha una pancia che sembra una balenottera con gli occhiali rossi, che da quando è incinta non vi vedete più tanto perché è sempre stanca, ma quando vi vedete vi abbracciate, pancia permettendo.

E mentre sei lì che scorri tutti i nomi arriva un messaggio, e sono Li Jie e Tamao che ti invitano a pranzo. E allora vi trovate nella lussuosa hall dell'hotel Millennium, e tu arrivi con le borse della spesa con la verdura e la toilet paper, e non è mica molto fashion andare in giro con la toilet paper ma qui in Cina non ci fa caso nessuno, nemmeno nella hall lussuosa dell'hotel Millennium.
E al secondo piano c'è un ristorante cinese dove mangiate ravioli e maiale dolce e anatra arrosto e pollo e manzo al peperoncino e noci zuccherate al sesamo, perché ordina Li Jie e tu hai voglia di provare tutto quello che sai che non mangerai più, perciò assaggi anche un pezzetto di piccione che ha proprio l'aspetto di un piccione, becco compreso, e anche le zampe di gallina, mollicce, con quelle ossa minuscole che si rompono in bocca e pare facciano così bene alla pelle, e il tofu spugnoso con i funghi e le arachidi, e la tapioca piccante, e usi le bacchette e scopri che sei diventata piuttosto agile, e non perdi più il cibo in mezzo alla tavola, e bevi il tè al gelsomino e ridi nel sentire che Tamao non andrà a Londra con suo marito perché fa troppo freddo e soprattutto perché ha il saggio di Hula Hoop, può mica perderselo anche se è principiante e la metteranno in fondo, là dietro un po' nascosta, e poi scopri che Li Jie ha una camera tutta rosa anche se ha trentacinque anni perché il feng shui dice che le donne senza marito devono circondarsi di quel colore lì, che è il colore dei fiori di pesco che con il loro profumo attraggono i mariti, e diciamo proprio così, i mariti, e ridiamo.
E poi Li Jie ordina un sacco di dolci, tutti quelli del menù così li posso provare prima di andare via, dice lei, e noi diciamo che è troppa roba e lei dice che se non mangiamo noi mangia lei, e poi dice anche che dovrebbe dimagrire per trovare i mariti e allora ridiamo ancora, e arrivano delle vaschette con una zuppetta di fagioli rossi dolci, una zuppetta di riso cotto nell'alcol di riso, una zuppetta con delle palline gelatinose arancioni, delle specie di tortine con delle palline gelatinose blu, dei quadrati di iced jelly con della frutta secca e degli involtini di crema alla banana.
E poi mi regalano due piattini cinesi, uno con i disegni azzurri di Tamao e uno di Li Jie con gli stessi disegni però in rosa, per via del feng shui, e mi dicono che così mi ricordo di loro, e allora realizzo che probabilmente non le rivedrò più, e aggiungo probabilmente ma solo per sentirmi meglio perché in realtà so che non le vedrò più, nonostante le promesse, nonostante i voli low cost, nonostante questa minchiata della globalizzazione, perché la Cina è lontana e anche il Giappone, e mi viene da piangere e penso che non mi servono i piattini per ricordarmi di loro, e ci abbracciamo e anche a Tamao viene un po' da piangere, e le do io un fazzoletto perché non se l'aspettava mica, di piangere un po', Li Jie invece sta seria, non ride nemmeno, e le cinesi quando sono tristi ridono di un riso finto e imbarazzato, invece lei non ride, mi guarda solo con gli occhi neri e mi dice Dimmelo se hai bisogno di qualcosa, io sono qui.
E così poi prendo la mia bicicletta e le guardo andare via e girarsi e salutare con la mano, e pedalo verso casa con la mia toilet paper e la verdura e i piattini cinesi, e mentre pedalo mi arriva un messaggio, I'll miss u, dice, e a me viene un groppo e poi sento le lacrime che scendono, e non è che mi cola il naso come quando piango tanto ma le lacrime sì, e provo a fermarle ma niente, si scioglie anche il mascara e non piove nemmeno che avrei la scusa per la faccia tutta bagnata, e penso va' che scema, e provo anche io a ridere di quel riso finto ma non funziona, e però poi penso anche che fa lo stesso, ché se non importa a nessuno di una ragazza con la verdura e la toilet paper nella lussuosa hall dell'albergo Millennium a chi mai potrà importare di una ragazza che pedala con dei piattini cinesi e la faccia bagnata di lacrime.

giovedì 8 novembre 2012

Never be afraid of change, ovvero Della relatività delle percezioni temporali (pensieri sparsi a margine di una notizia)

Quindici mesi. 
È un periodo lungo, quindici mesi. Ci puoi far nascere un bambino, e anche farlo crescere un po', per dire. Oppure imparare a ballare il tango, ecco.
Che poi invece il tempo passa così in fretta che quasi non te ne accorgi. E anche quando cambi continente, e ti ritrovi a vivere, che so, in Cina, e prima di partire hai un po' paura ma sei anche eccitata e curiosa; quando riempi scatoloni di libri, vestiti, lenzuola e scarpe, e fai spazio anche alle biciclette, ma non pensi di portare via le foto anche se poi capirai che ne avevi bisogno, di quei ricordi; quando lasci il lavoro che ti piace perché ti aspetta una vita diversa, e quel lavoro non ti può aspettare; quando ti prepari a cambiare vita, insomma, anche solo per tre anni, e ti trascini dietro i brandelli della vita di prima, a farti un po' di compagnia, non ti rendi mica conto che il tempo passa in fretta.
E invece sono già passati quindici mesi. 

E in quindici mesi scopri che la Cina è un paese immenso, e che ancora non sei capace di trasformare una carta geografica in terra vera. Scopri che i cinesi sono curiosi, come i bambini, e che se uno sconosciuto guarda nel tuo carrello quando fai la spesa, o ti chiede quanto hai pagato la tua borsa nuova, o vuole sapere quanto pesi e cosa mangi e dove stai andando è perché qui la privacy non esiste, neanche quando fai la pipì.
Capisci che per loro non ci sono filtri, e gli occhi, quegli occhi che ti fissano fino a crearti imbarazzo, che ti scrutano con l'interesse morboso dei bambini, gli occhi sono così sottili perché vogliono vedere lontano senza farsi guardare dentro.
Perché i cinesi sono bambini. Vogliono macchine costose e potenti, e ci mettono il poggiatesta di peluches. Indossano le scarpe coi tacchi a spillo, la minigonna di finta pelle e in testa un cerchietto con un fiocco rosa. Sono cocciuti ed egoisti, maleducati, prepotenti e furbi proprio come certi bambini. Fanno promesse che infrangono con sconcertante facilità, nascondono i cocci e fanno finta di niente, coprono l'immondizia con un muro di fiori, perché ciò che vedi è più importante di ciò che sei.

Però impari anche, in quindici mesi, che si può trasportare una vita intera su un carretto, per le strade della città; che si può passare la giornata in un negozio di due metri per tre, e dormirci, e mangiarci, e viverci, e continuare a sorridere. Scopri che i cinesi sono coraggiosi, e possono lasciare un lavoro e uno stipendio sicuro per inseguire il sogno di girare in bicicletta e fare fotografie. Che si buttano nelle imprese più strane senza paura, perché hanno poco da perdere, e ricominciano ogni volta che quel poco lo hanno perso con la stessa facilità con cui un bambino si rialza dopo una caduta. Che non c'è un'età per cambiare le cose, e la vecchiaia è uno stato mentale. Perché il cambiamento non li spaventa, e sono preparati al sole e alla pioggia, al freddo improvviso e alla solitudine, e le sventure non li scalfiscono più.

E sono tanti, quindici mesi. Perché a volte basta un'ora, per innamorarsi (specie in primavera), ma a volte ci vuole un po' di più.

Di Shanghai non ti innamori.
È una città immensa, contraddittoria. Ha lo skyline più bello del mondo, ai cui piedi si srotola un tappeto di povertà e miseria. Le vetrine luccicano di perle e oro e borse e vestiti, i grattacieli risplendono di luci multicolori nel buio del tardo pomeriggio come un perenne, gigantesco, affascinante albero di natale, e quando si spengono, alle dieci di sera, ti stupisci di quanto possano essere tristi e grigi. Lungo i marciapiedi, sulle case, sotto le tettoie, nelle verande, su lunghi bastoni fuori dalle finestre sono appesi i panni ad asciugare. Lenzuola, mutande, pantaloni e reggiseni dondolano sullo sfondo dei grattacieli, sulle cui vetrate si riflettono le pubblicità di profumi e le insegne dei fast food. Su quei marciapiedi, proprio sotto la biancheria, la gente siede su minuscole seggiole e mangia da ciotole improvvisate sputando semi e avanzi, vende patate distese su cartoni per terra, cavoli verdi incastrati tra le grate della finestra e banane ammucchiate su una sedia di legno, e lascia che le galline becchettino intorno foglie d'insalata e chicchi di mais. Nei vicoli stretti la gente vive fuori casa, dorme sulla motocicletta, si lava nelle bacinelle con l'acqua del canale, cucina spadellando verdure nel wok, appende anatre e pesci a seccare al sole e lascia che i cani ne annusino l'odore.

Di Shanghai non ti innamori, no.
È lei che ti conquista, un po' alla volta, con la sua vitalità, la sua cultura, la sua aria internazionale, i suoi parchi pieni di coppie che danzano, i viali con le statue di bronzo, i quartieri pieni di locali, di motorini elettrici, risciò e biciclette a scatto fisso. Con le sue strade sopraelevate, il caldo torrido di certi pomeriggi d'estate e il frinire assordante delle cicale, l'inaspettato blu del cielo e il vento forte che scompiglia capelli e pensieri. Con il suo miscuglio di razze e culture che si incontrano per caso e fanno un pezzo di strada insieme. Respiri diversità, qui, oltre che una gran quantità di smog. Sperimenti le altezze vertiginose dei grattacieli e percepisci nei palazzi il lusso vero, la ricchezza senza pudore. Ti aggiri tra negozi vuoti di clienti ma pieni di commessi, dentro alberghi dai soffitti così alti che fai fatica a guardare in su.
E in quindici mesi impari a sentirla, questa città, che ti corteggia come un amante finché non fa breccia nel tuo cuore. E così impari a mangiare con le bacchette, a cucinare con tre tipi di salsa di soia e a cuocere anche l'insalata, e compri dolci ripieni di fagioli rossi e di alghe. Impari a parlare una lingua difficile e magari anche a capirla un po', a sorridere a chi ti guarda e a diffidare di chi vuole offrirti una tazza di tè, specie se è vestito bene.
Impari a scansarti se passa un motorino sul marciapiede, e a farti strada scampanellando in bicicletta, un po' come il venditore di castagne col suo carretto. Impari che a sederti sui talloni a ben vedere si sta anche comodi. Mangi bàozì mentre cammini, compri dai venditori ambulanti pannocchie arrostite e spiedini di frutta e palloncini colorati, hai sempre un libro in borsa perché le distanze sono lunghe e i fazzoletti in tasca perché i tassisti guidano da cani.

Impari che si può stare su una panchina a leggere un libro dalle pagine bianche, perché le parole immaginate sono sempre più belle di quelle scritte. Impari che a scriverle con l'acqua, quelle parole, avranno la forza del vento e il calore del sole che le asciuga.
Impari che sei tu lo straniero, l'esotico, in un mondo dove per te tutto è strano e bislacco, immobile da millenni come un tronco di gimkobiloba eppure mutevole come una nuvola bianca.

Impari che è facile, incredibilmente facile, conoscere persone nuove che come te hanno lasciato la loro casa e la loro vita di prima, e sono tutte persone in gamba, e il confronto ti fa bene. E scopri che l'amicizia a volte è inaspettata e bella come una scatola di cioccolatini. Perché l'hai sempre sentita a pelle, l'affinità, ma non ti aspetti di trovarla dall'altra parte del mondo, con gli occhi a mandorla o l'inglese di Boston, con l'inflessione francese o l'accento milanese, per dire.

E capisci che ci hai messo troppo tempo, ad abituarti alla tua nuova vita, col pensiero che il tempo sarebbe stato abbastanza, perché ce ne mette, a passare, il tempo. E ci sono delle cose che hai fatto, che hai visto, che hai imparato, ma troppe ancora che vorresti fare, e vedere, e imparare, e le hai sempre rimandate, perché ce n'è di tempo, almeno altri quindici, venti mesi, pensavi, anche di più.
E invece.

domenica 26 agosto 2012

Di acquisti e loro conseguenze

Da due giorni ho un nuovo sistema docking (si chiama così, non guardatemi male. Trattasi di altoparlanti per sentire la musica dell'Ipod, così non devo più accendere il computer per ascoltare Tiziano Ferro).
La cosa mi ha cambiato l'umore. Poter ascoltare Jump mentre prepari la cena mette di buon umore. Se poi qualcuno vuole passarmi la sua compilescion, una nuova playlist, la collezione completa di Rino Gaetano, faccia pure. Qui si ascolta di tutto.

Ho un nuovo paio di occhiali, comprati all'International Glasses City, al 1688 di Zhong Xing lu, tre piani di negozi che vendono solo occhiali e lenti a contatto. Tu entri, vai da uno qualsiasi di questi negozi, scegli una montatura, ti fanno la visita, contratti un po', paghi, e dopo mezz'ora hai il tuo bel paio di occhiali da vista nuovi. Ho voluto le lenti migliori, così durano di più, l'occhio è più protetto, quelle balle lì. Anche la montatura l'ho presa carina. E infatti ho pagato 350 yuan, cioè circa quaranta euro.
Finalmente posso leggere senza dover spostare gli occhiali in su o in giù, che dal centro ormai non ci vedevo più.

Ho anche una pio di scarpe nuove. Questo è stato l'acquisto più difficile.
Però siccome è dall'inizio dell'estate che mi propongo di andare a correre, ieri ho deciso finalmente che dovevo almeno avere un paio di scarpe per correre, ché le ballerine non sono adatte, e nemmeno i sandali col tacco comprati in Italia. E quali sono le migliori scarpe da running sul mercato? Ve lo dico io. Sono le Mizuno, giapponesi professional. Quando si comincia una cosa bisogna cominciare al massimo.
Però c'è questo problema del numero, che qui in Cina c'hanno i piedi piccoli, e le scarpe da donna arrivano fino al trentanove, massimo.
Allora, come forse qualcuno di voi già sa, io porto il 39/40, e cioè a dire il trentanove nel sinistro e il quaranta nel destro, che è introvabile. E no, non è perché non vendono le scarpe di due numeri diversi che è introvabile.
Che poi dico, se lo chiedessi magari le inventerebbero pure, le scarpe a numero separato. Hanno inventato i costumi, che puoi comprare una quinta di culo e un prima di tette, perché per le scarpe no?
C'è qualcuno che ha il mio stesso problema? Uscite pure allo scoperto, dai, che tanto qui siamo tutti anonimi. Uniamoci tutti! Formiamo l'Unione dei Piedi Spaiati (UDPS). Se non riusciamo a risolvere il problema al limite possiamo scambiarci le scarpe.
Comunque, siccome proprio più del trentanove non si trova, ho dovuto comprare quelle da uomo.
Ecchesarà, è sempre una scarpa sportiva, mica dev'essere rosa coi brillantini solo perché sono una femmina. Per quanto, anche correre con lo sbarluccico ai piedi... ma sto divagando.
E dunque la notizia è che ho un paio di scarpe per correre.
Ho anche la tabella, me l'ha fotocopiata l'AleSarda, che glie l'ha data una sua amica che fa pentathlon (mica come me, lo fa davvero), e che promette di farti passare da ZERO a CINQUE chilometri in quattro settimane. Non ci avrei creduto nemmeno io, se me l'avessero detto, che mi sarei ricordata di portarla dall'Italia.
E dunque ho le scarpe. Ho la tabella. Ho l'Ipod (basta staccarlo dal sistema docking).
Insomma, non ho più scuse.

giovedì 16 agosto 2012

Un viaggio lungo una vita

È arrivato, finalmente.
Mi mandi un messaggio, mi scrivi Buon viaggio.
E io penso che il mio, di viaggio, mi porta lontano, ma non come il tuo.
Il mio, di viaggio, dura tredici ore, il tuo tutta la vita.
L'ho fatto anch'io, quel viaggio lì, e ogni volta è una scoperta, che in confronto il Polo Nord, l'Australia, l'America e l'Europa intera sono dei puntini su una palla blu.

Il tuo zaino sarà sempre più grande, perché non sarai mai più solo, a viaggiare.
Sarà pesante, talvolta. Lo porterai sulle spalle, e poi, stanco, lo appoggerai su un letto, ci troverai dentro un sacco di cose che non ti ricordavi nemmeno di avere e ti chiederai come facevano a starci, lì dentro, tutti quei libri, quei pensieri, quei desideri, i sogni, le passioni. Farai fatica a rimetterceli dentro, ma se dovrai scegliere di rinunciare alle cose tue, le lascerai a casa, a volte a cuor leggero, a volte a malincuore, ma lo farai perché sai che non saranno indispensabili, e farai spazio a lui più di quanto tu abbia mai fatto a nessuno.

E gli insegnerai a camminare, lo prenderai per mano e gli mostrerai il mondo, e giocherai con lui con quella palla blu, finché non sarà stanco e si addormenterà con la testa sulla tua spalla.
Lo aiuterai ad arrampicarsi dove non arriva, finché non sarai sicuro che può farcela da solo.
Per lui spingerai l'altalena, farai volare un aquilone, inventerai storie fantastiche.
Gli insegnerai ad andare in bicicletta, ad allacciarsi le scarpe, a fare aeroplanini di carta, a riconoscere le stelle, a credere nei sogni, a non avere paura di niente, nemmeno del buio.
Quando cadrà lo aiuterai ad alzarsi, gli indicherai la strada ma lascerai che la sbagli, lo seguirai per un po' e poi capirà, e allora gli regalerai uno zaino tutto suo e lo saluterai da lontano.
Allora, caro Andrea, fai buon viaggio, anche tu.

venerdì 20 gennaio 2012

Passi da gigante

28 ottobre 2011, ore 15,05.
Dopo due mesi e mezzo di asilo, la maestra Mrs Alexis-Gloria mi racconta soddisfatta che per la prima volta ha sentito la voce del Gatto Selvaggio.
- Ah sì? Ha parlato? Bene! E che ha detto?
- Ha detto Ok.

(- Ok? Mica è una parola, Ok.
- Zitta, Wonder, pensa al cambiamento che ha subito, povera piccola, asilo nuovo, lingue sconosciute... eppoi è timida
- Timida il Gatto? Mah, sarà anche timida, Cosci, ma insomma... che so, Denchiu potrebbe dirlo ormai, Mai neim is Gatto pure non è tanto difficile, Baibai lo dice anche la Gabbianella!
- Ognuno ha i suoi tempi, eh
- Sperèm.)

20 gennaio 2012, ore 15,09
- Mamma vieni, siediti qui
- no amore, dobbiamo andare, siamo in ritardo, fra poco arriva la BB
- devo dirti una cosa che ti farà felice
- davvero? Ah, be', allora sediamoci qui. Dimmi
- sai, ho cominciato a parlare coi miei amici di spuola
- Davvero? Che brava, tesoro, vieni qui che ti abbraccio! Mi viene un po' da piangere, ma son felice, sai! E cosa hai detto?
- Eh, niente.

(- Come niente?
- Zitta Wonder! non dire una parola
- Intendi che non posso dire neanche Ok?
- No. E però asciugati quella lacrimuccia lì, va', ch'è un po' eccessiva
- Ok)

- e allora cosa hai fatto?
- ho giocato al pleigraund e poi ho cominciato anche a ridere a voce alta

Eh, be', in effetti, ridere a voce alta è un bel passo avanti

sabato 18 giugno 2011

Analisi di un periodo no

Se perdi i capelli come dopo la prima gravidanza, ma dall'ultima volta son passati quasi 16 mesi;

Se ti viene da piangere come se ti fosse morto il gatto, ma il tuo primo e unico gatto era una gatta, non è morta ma scappata con un volo pindarico fuori dal finestrino dell'auto in corsa al grido di "libertà" all'incirca 15 anni fa e da allora non l'hai più vista, ma pensi che viva ancora con un marito, diciotto figli e sessantadue nipoti in una soffitta di un casale in una zona non ben precisata della campagna veneta;

Se ti arrabbi come un picchio e urli come un'iguana se le tue bambine hanno costruito la casetta con i cuscini del divano e sparso per la casa pezzetti di cannucce colorate per fare il prato;

Se andare al parco giochi ti strema come fare la maratona di New York;

Se vivere tra gli scatoloni non ti sembra più tanto romantico, e vorresti farli scomparire all'istante;

Se alla sera non resisti alla tentazione di aprire il vasetto di nutella e mangiarla così, a cucchiaini, senza nemmeno un pezzetto di pane, finchè non vedi il fondo del barattolo, ma poi sei divorata dai sensi di colpa;

Se qualche volta ti viene voglia di toglierti le scarpe e in punta di piedi andare via, senza salutare nessuno;

Ecco, forse sei un po' stressata, e un ricostituente potrebbe anche farti bene. Forse, dico.