In cinese entrata si dice Kou, cioè bocca.
E... come si dirà uscita?
lunedì 5 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
Happy Birthday
Per il compleanno di Lele e Vincenzo, due italiani rispettivamente con fidanzata cinese e moglie francese, siamo stati invitati a mangiare in un ristorante non distante da casa nostra (solo mezz'ora di taxi, cioè).
Per evitare di passare la serata a sottrarle dalle mani cibo di piatti altrui, asciugare le sbrodolate sulla tavola e passeggiare tra i tavoli nel vano tentativo di calmarla dopo averle sottratto uno spiedino di metallo da trenta centimetri con cui avrebbe potuto facilmente cavare un occhio al commensale del tavolo vicino, senza troppi rimorsi abbiamo lasciato la Gabbianella con la ayi, e adeguatamente istruito la BB e Gatto Selvaggio per la serata.
Il ristorante, al 680 della ZhaojiaBang Lu, è chiamato The Silk Road, e nonostante sia l'atmosfera che l'abbigliamento dei camerieri inducano a pensare di trovarsi in un locale turco, in realtà mi hanno spiegato che il ristorante propone cibo tipico di una regione nord-occidentale della Cina, lo Xinjiang.
Lampadari a forma di stella di metallo bucherellato, piatti e vasellame apparentemente antichi, tavoli rotondi con tovaglie rosse, stanze separate da portali di legno arabeggianti, e uno schermo piatto appeso alla parete dove vengono proiettati video sulla vita e i costumi di abitanti di montagne non meglio identificate, con greggi di ovini al pascolo, massaie a fare il pane non lievitato (e vorrei vedere, qui il lievito è introvabile) e panorami desertici.
Il cibo che cominciano a portare è piccante, ma buono: ci sono bocconcini di melanzane, spaghettini con le verdure, pezzi di pane non lievitato, dei triangoli al sesamo ripieni di agnello (buonissimi), il tutto in piatti comuni, ché qui non si usa avere la porzione ciascuno per sé: ci sono dei grandi piatti da cui ognuno si serve a volontà. E non c'è pericolo di restare senza. L'ospitalità cinese esige una enorme quantità di cibo, molta ma molta più di quella che i commensali potrebbero mangiare, e anzi bisogna che le pietanze rimangano sul tavolo altrimenti li offendi, perché se finisci tutto è come dire che non hanno ordinato abbastanza (il NonnoGP potrebbe soffrire molto nel vedere così barbaramente castrata la sua profonda soddisfazione nello spazzolare tutto).
Dopo le prime portate arrivano altre pietanze: riso con uova sode e bocconcini di agnello, verdure cotte non identificate, funghi trifolati (quelli che crescono sugli alberi, per intenderci: li trovi anche al platano del Cesiolo ma normalmente invito la BB e Gatto Selvaggio a starci lontane. Qui li mangiano. Vabbe', c'è di peggio). Tutto non ci sta sul tavolo, si fanno delle piramidi con i piatti pieni che quasi raggiungono il record ancora imbattuto di quelle che fa il Bighi con i piatti da lavare. Ma non è finita: ci sono anche cosciotti di montone allo spiedo, yogurt bianco, spiedini di agnello, salse colorate (gialle rosse verdi, quasi patriottiche), spezzatino piccante di agnello con le patate, il tutto condito da musiche a metà tra le melodie tradizionali cinesi e l'Orchestra di Raul Casadei. L'apice della serata viene raggiunto quando il Lele, nella sala adibita alle esibizioni di due ballerini professionisti, si cimenta nella danza del tacchino, che consiste nel ballare con le braccia conserte, a gambe piegate lanciandone alternativamente una in avanti in un movimento che mi pare simile a quello di un famoso ballo russo, però in più muovendo la testa come il noto gallinaceo.
Pare che la sua fidanzata cinese, all'apparenza estremamente amabile, lo faccia camminare così tutte le mattine dalla cucina al soggiorno, così si tiene in forma.
La BB e Gatto Selvaggio sono molto divertite, si esibiscono nella performace canora di Happy Birthday ma solo perché confuse nella folla stonata, si abbuffano di torta al cioccolato e si addormentano nel taxi con in testa un cappellino fucsia con paillettes e perline, gentile omaggio della casa.
Io invece, alla faccia della doggybag, esco carica di contenitori di plastica con una minima parte delle pietanze avanzate, tutte rigorosamente halal, con cui possiamo sfamare la BighiFamiglia per una settimana.
Per evitare di passare la serata a sottrarle dalle mani cibo di piatti altrui, asciugare le sbrodolate sulla tavola e passeggiare tra i tavoli nel vano tentativo di calmarla dopo averle sottratto uno spiedino di metallo da trenta centimetri con cui avrebbe potuto facilmente cavare un occhio al commensale del tavolo vicino, senza troppi rimorsi abbiamo lasciato la Gabbianella con la ayi, e adeguatamente istruito la BB e Gatto Selvaggio per la serata.
Il ristorante, al 680 della ZhaojiaBang Lu, è chiamato The Silk Road, e nonostante sia l'atmosfera che l'abbigliamento dei camerieri inducano a pensare di trovarsi in un locale turco, in realtà mi hanno spiegato che il ristorante propone cibo tipico di una regione nord-occidentale della Cina, lo Xinjiang.
Lampadari a forma di stella di metallo bucherellato, piatti e vasellame apparentemente antichi, tavoli rotondi con tovaglie rosse, stanze separate da portali di legno arabeggianti, e uno schermo piatto appeso alla parete dove vengono proiettati video sulla vita e i costumi di abitanti di montagne non meglio identificate, con greggi di ovini al pascolo, massaie a fare il pane non lievitato (e vorrei vedere, qui il lievito è introvabile) e panorami desertici.
Il cibo che cominciano a portare è piccante, ma buono: ci sono bocconcini di melanzane, spaghettini con le verdure, pezzi di pane non lievitato, dei triangoli al sesamo ripieni di agnello (buonissimi), il tutto in piatti comuni, ché qui non si usa avere la porzione ciascuno per sé: ci sono dei grandi piatti da cui ognuno si serve a volontà. E non c'è pericolo di restare senza. L'ospitalità cinese esige una enorme quantità di cibo, molta ma molta più di quella che i commensali potrebbero mangiare, e anzi bisogna che le pietanze rimangano sul tavolo altrimenti li offendi, perché se finisci tutto è come dire che non hanno ordinato abbastanza (il NonnoGP potrebbe soffrire molto nel vedere così barbaramente castrata la sua profonda soddisfazione nello spazzolare tutto).
Dopo le prime portate arrivano altre pietanze: riso con uova sode e bocconcini di agnello, verdure cotte non identificate, funghi trifolati (quelli che crescono sugli alberi, per intenderci: li trovi anche al platano del Cesiolo ma normalmente invito la BB e Gatto Selvaggio a starci lontane. Qui li mangiano. Vabbe', c'è di peggio). Tutto non ci sta sul tavolo, si fanno delle piramidi con i piatti pieni che quasi raggiungono il record ancora imbattuto di quelle che fa il Bighi con i piatti da lavare. Ma non è finita: ci sono anche cosciotti di montone allo spiedo, yogurt bianco, spiedini di agnello, salse colorate (gialle rosse verdi, quasi patriottiche), spezzatino piccante di agnello con le patate, il tutto condito da musiche a metà tra le melodie tradizionali cinesi e l'Orchestra di Raul Casadei. L'apice della serata viene raggiunto quando il Lele, nella sala adibita alle esibizioni di due ballerini professionisti, si cimenta nella danza del tacchino, che consiste nel ballare con le braccia conserte, a gambe piegate lanciandone alternativamente una in avanti in un movimento che mi pare simile a quello di un famoso ballo russo, però in più muovendo la testa come il noto gallinaceo.
Pare che la sua fidanzata cinese, all'apparenza estremamente amabile, lo faccia camminare così tutte le mattine dalla cucina al soggiorno, così si tiene in forma.
La BB e Gatto Selvaggio sono molto divertite, si esibiscono nella performace canora di Happy Birthday ma solo perché confuse nella folla stonata, si abbuffano di torta al cioccolato e si addormentano nel taxi con in testa un cappellino fucsia con paillettes e perline, gentile omaggio della casa.
Io invece, alla faccia della doggybag, esco carica di contenitori di plastica con una minima parte delle pietanze avanzate, tutte rigorosamente halal, con cui possiamo sfamare la BighiFamiglia per una settimana.
sabato 3 settembre 2011
HongQiao Flower Market
Insospettabile Cina. C'è sempre qualcosa dietro, che non vedi e non senti, mentre davanti è tutto tranquillo.
Così, al n. 718 della HongJing Lu, passando oltre due grandi colonne ioniche (o doriche, non ricordo mai la differenza, sicuramente non corinzie, più probabilmente composite, o in altri termini assemblate a caso, il che significa copiate un po' come viene) e superando quello che sembra uno spoglio ingresso verso il niente, arrivi a un capannone basso nel cui interno sono ammassati innumerevoli negozi di fiori e piante, oltre che di vasellame, articoli da giardinaggio, arredamento per esterni e anche per interni, decorazioni, statue (da quella di Mao a quella di Mozart, passando per budda, elefanti, cammelli e guerrieri di terracotta, fatti di pietra però).
Alcuni negozi sono decisamente di gusto occidentale, e i prezzi sono adeguati, ovviamente, essendo un mercato molto frequentato dai turisti. Però dentro alcuni, anche se non rischi certo di perderti data la grandezza del locale, potresti passare un'ora a guardare tutto, perché gli oggetti sono talmente tanti, uno sopra l'altro, appesi, nascosti, che ogni sguardo è una scoperta.
Ci sono fontane fatte con le canne di bambù e le ciotole di terracotta, voliere per uccelli e voliere trasformate in lampade, vasi di vetro e servizi di bicchieri, palle di fiori finti su cesti di paglia intrecciata, ventagli fatti con le piume di struzzo, portatovaglioli di smalto e decorazioni con le conchiglie, un budda disteso tutto dorato e una testa di budda dai riccioli d'oro, scatole di legno dipinto, vasi con i pesci rossi e fermalibri di ceramica, un cavallo bianco a grandezza naturale e un cigno con le piume, portafoto da appendere e da appoggiare, paraventi intagliati, vetrinette laccate e lampadari con le gocce di cristallo, panche finto-antiche e vero-nuove, seggioline decorate, candelieri alti un metro e mezzo, cuscini di seta su poltroncine di vimini, composizioni con legno e pendenti di stoffa che qui vanno molto, pannelli di stoffe, treppiedi, sgabelli, e fiori, recisi, in vaso, in mazzi, nelle piantine, in strutture simili alle corone da morto che però qui sono di festa, appesi, appoggiati, immersi nell'acqua dentro ciotole rotonde con e senza pesci rossi, monocolore, variopinti, veri e finti.
In effetti volevo andare per comprare una pianta, ma visto che mi muovo in bicicletta e ancora non so dire “fate il servizio di consegna a domicilio?”, ho solo guardato, e visto alcune piante bellissime che sono sicura a casa nostra si intonerebbero benissimo e morirebbero nel giro di dieci giorni. Quella che mi piaceva, scelta tra quelle conosciute, e che quindi so già quali cure richiedano (cioè niente, a parte l'innaffiatura settimanale), era dentro un bel vaso nero di settanta centimetri, e a parte il costo sul quale avrei dovuto contrattare mi sarebbe riuscito un po' difficile portamela a casa.
Ho comprato quattro lanterne, sulla cui utilità immediata mi permetto di sollevare qualche dubbio dal momento che non ho ancora le candele e se anche le avessi probabilmente non arriverebbero intere fino a sera dato il caldo che fa. Ma via, danno un tocco speciale alla terrazza, per la quale ho grandi progetti. Tremate, tremate...
Così, al n. 718 della HongJing Lu, passando oltre due grandi colonne ioniche (o doriche, non ricordo mai la differenza, sicuramente non corinzie, più probabilmente composite, o in altri termini assemblate a caso, il che significa copiate un po' come viene) e superando quello che sembra uno spoglio ingresso verso il niente, arrivi a un capannone basso nel cui interno sono ammassati innumerevoli negozi di fiori e piante, oltre che di vasellame, articoli da giardinaggio, arredamento per esterni e anche per interni, decorazioni, statue (da quella di Mao a quella di Mozart, passando per budda, elefanti, cammelli e guerrieri di terracotta, fatti di pietra però).
Alcuni negozi sono decisamente di gusto occidentale, e i prezzi sono adeguati, ovviamente, essendo un mercato molto frequentato dai turisti. Però dentro alcuni, anche se non rischi certo di perderti data la grandezza del locale, potresti passare un'ora a guardare tutto, perché gli oggetti sono talmente tanti, uno sopra l'altro, appesi, nascosti, che ogni sguardo è una scoperta.
Ci sono fontane fatte con le canne di bambù e le ciotole di terracotta, voliere per uccelli e voliere trasformate in lampade, vasi di vetro e servizi di bicchieri, palle di fiori finti su cesti di paglia intrecciata, ventagli fatti con le piume di struzzo, portatovaglioli di smalto e decorazioni con le conchiglie, un budda disteso tutto dorato e una testa di budda dai riccioli d'oro, scatole di legno dipinto, vasi con i pesci rossi e fermalibri di ceramica, un cavallo bianco a grandezza naturale e un cigno con le piume, portafoto da appendere e da appoggiare, paraventi intagliati, vetrinette laccate e lampadari con le gocce di cristallo, panche finto-antiche e vero-nuove, seggioline decorate, candelieri alti un metro e mezzo, cuscini di seta su poltroncine di vimini, composizioni con legno e pendenti di stoffa che qui vanno molto, pannelli di stoffe, treppiedi, sgabelli, e fiori, recisi, in vaso, in mazzi, nelle piantine, in strutture simili alle corone da morto che però qui sono di festa, appesi, appoggiati, immersi nell'acqua dentro ciotole rotonde con e senza pesci rossi, monocolore, variopinti, veri e finti.
In effetti volevo andare per comprare una pianta, ma visto che mi muovo in bicicletta e ancora non so dire “fate il servizio di consegna a domicilio?”, ho solo guardato, e visto alcune piante bellissime che sono sicura a casa nostra si intonerebbero benissimo e morirebbero nel giro di dieci giorni. Quella che mi piaceva, scelta tra quelle conosciute, e che quindi so già quali cure richiedano (cioè niente, a parte l'innaffiatura settimanale), era dentro un bel vaso nero di settanta centimetri, e a parte il costo sul quale avrei dovuto contrattare mi sarebbe riuscito un po' difficile portamela a casa.
Ho comprato quattro lanterne, sulla cui utilità immediata mi permetto di sollevare qualche dubbio dal momento che non ho ancora le candele e se anche le avessi probabilmente non arriverebbero intere fino a sera dato il caldo che fa. Ma via, danno un tocco speciale alla terrazza, per la quale ho grandi progetti. Tremate, tremate...
venerdì 2 settembre 2011
Sistemi diversificati di comunicazione
Da qualche tempo sto pensando di far cambiare orario alla nostra ayi, perché le grandi distanze cui mi costringono certi spostamenti non mi consentirebbero di tornare a casa per le dodici, ora in cui lei solitamente va a casa a mangiare.
Memore delle sue raccomandazioni, ho scritto un biglietto, e ho anche pensato di prendermi larga e ho usato un foglio di quaderno anziché lo scontrino della spesa.
L'impresa ha richiesto un intero pomeriggio di lavoro, durante il quale ho consultato il libro di testo usato per il corso di alfabetizzazione, il frasario (abbastanza inutile) nonché il vocabolario, che ho dovuto utilizzare sia per la parte italiano-cinese, e qui è ovvio, sia per la parte cinese-italiano, e qui il motivo è meno palese ma uno lo capisce subito quando vede la grandezza dei caratteri cinesi, tipo Arial 6 punti, per cui ogni carattere visualizzato nella sezione italiano-cinese è stato controllato nella sezione cinese-italiano.
E meno male che ho fatto studi di filologia, e ho allenato la pazienza.
Oltre al cambio di orario, ho dovuto dire:
1) che dovrebbe andare lei al mercato a comprare gli ingredienti e poi con quelli cucinare a pranzo un piatto cinese per la Gabbianella, e anche per sé, meglio non piccante,
2) che naturalmente avrei pagato io la spesa, e, dulcis in fundo,
3) che se la chiamiamo per tenere le bambine al sabato sera le spetta un supplemento di stipendio, consistente in 100 reminbi a sera.
Al termine del biglietto davo due possibilità: va bene, non va bene.
Al solito, lei ha portato a casa il foglietto, e il giorno dopo è tornata con la risposta: va bene.
Tuttavia, sembra che io abbia esagerato nel proporre un pagamento così alto per il sabato sera, e mi dicono che rovino il mercato perché sono più che sufficienti 25 reminbi dato che il sabato è giorno lavorativo (sarà, ma dieci euro per una serata di libertà mi sembravano già un affarone); poi è meglio non farla mangiare a spese nostre perché solitamente le ayi mangiano veramente tanto riso e ne servirebbe una quantità industriale, e non si può proporre altro perché non mangerebbe cibo italiano (il che risponde al vero, almeno per quanto riguarda la nostra ayi).
La fonte di queste informazioni è Doris, la ragazza di Taiwan nostra vicina di casa, che dopo aver letto il biglietto ed essersi complimentata per l'impresa, mi ha ragguagliato circa alcune abitudini delle ayi e sulla necessità di dire esattamente cosa fare e quando, altrimenti fanno di testa loro. Siccome mi veniva da ridere al pensiero del tempo che avrebbe richiesto un simile ragguaglio, si è offerta di aiutarmi a comunicare con la nostra ayi, e oggi ha fatto da interprete (e non avrò l'autista personale ma trovatemi qualcuno che abbia la traduttrice simultanea).
Ebbene, se si esclude il fatto che io parlavo per mezzo minuto con Doris e la sua traduzione durava un quarto d'ora, con una discussione piuttosto animata che sembrava una commedia in dialetto bergamasco con anche l'intervallo in mezzo durante il quale sono andata a bere qualcosa al bar, credo di essere riuscita, tramite Doris, a far capire alla Wang Che Hua una serie di cose, tra cui:
1) deve cambiare orario, fare la spesa e preparare da mangiare per la Gabbianella, come da biglietto allegato;
2) non occorre fare una lavatrice al giorno se ci sono da lavare solo due magliette e una camicia. Meglio aspettare che il cesto sia pieno;
3) la biancheria scura andrebbe separata da quella chiara, così il Bighi non si lamenta perché le sue mutande sono diventate rosa;
4) sarebbe gradito che lei preparasse qualcosa anche per la cena, ma solo se glielo chiedo espressamente altrimenti ci penso io.
A dire il vero mi riesce difficile pensare che riesca a preparare qualcosa per cena entro le cinque, ma Doris ha insistito su questo punto, suggerendo anche di fare una prova per stasera. Così per cena abbiamo dan chao fan, un piatto facile che si poteva fare con gli ingredienti già comprati stamattina e che suonava bene.
Diciamo che dal punto di vista della comunicazione è andata bene.
Per quanto riguarda la pietanza, credo che aggiungerò qualche ingrediente, perché se metto in tavola una ciotola di riso bollito con uova, erba cipollina e salsa di soia c'è una probabilità piuttosto elevata che il Bighi me la rovesci sulla testa, e ho appena lavato i capelli.
Memore delle sue raccomandazioni, ho scritto un biglietto, e ho anche pensato di prendermi larga e ho usato un foglio di quaderno anziché lo scontrino della spesa.
L'impresa ha richiesto un intero pomeriggio di lavoro, durante il quale ho consultato il libro di testo usato per il corso di alfabetizzazione, il frasario (abbastanza inutile) nonché il vocabolario, che ho dovuto utilizzare sia per la parte italiano-cinese, e qui è ovvio, sia per la parte cinese-italiano, e qui il motivo è meno palese ma uno lo capisce subito quando vede la grandezza dei caratteri cinesi, tipo Arial 6 punti, per cui ogni carattere visualizzato nella sezione italiano-cinese è stato controllato nella sezione cinese-italiano.
E meno male che ho fatto studi di filologia, e ho allenato la pazienza.
Oltre al cambio di orario, ho dovuto dire:
1) che dovrebbe andare lei al mercato a comprare gli ingredienti e poi con quelli cucinare a pranzo un piatto cinese per la Gabbianella, e anche per sé, meglio non piccante,
2) che naturalmente avrei pagato io la spesa, e, dulcis in fundo,
3) che se la chiamiamo per tenere le bambine al sabato sera le spetta un supplemento di stipendio, consistente in 100 reminbi a sera.
Al termine del biglietto davo due possibilità: va bene, non va bene.
Al solito, lei ha portato a casa il foglietto, e il giorno dopo è tornata con la risposta: va bene.
Tuttavia, sembra che io abbia esagerato nel proporre un pagamento così alto per il sabato sera, e mi dicono che rovino il mercato perché sono più che sufficienti 25 reminbi dato che il sabato è giorno lavorativo (sarà, ma dieci euro per una serata di libertà mi sembravano già un affarone); poi è meglio non farla mangiare a spese nostre perché solitamente le ayi mangiano veramente tanto riso e ne servirebbe una quantità industriale, e non si può proporre altro perché non mangerebbe cibo italiano (il che risponde al vero, almeno per quanto riguarda la nostra ayi).
La fonte di queste informazioni è Doris, la ragazza di Taiwan nostra vicina di casa, che dopo aver letto il biglietto ed essersi complimentata per l'impresa, mi ha ragguagliato circa alcune abitudini delle ayi e sulla necessità di dire esattamente cosa fare e quando, altrimenti fanno di testa loro. Siccome mi veniva da ridere al pensiero del tempo che avrebbe richiesto un simile ragguaglio, si è offerta di aiutarmi a comunicare con la nostra ayi, e oggi ha fatto da interprete (e non avrò l'autista personale ma trovatemi qualcuno che abbia la traduttrice simultanea).
Ebbene, se si esclude il fatto che io parlavo per mezzo minuto con Doris e la sua traduzione durava un quarto d'ora, con una discussione piuttosto animata che sembrava una commedia in dialetto bergamasco con anche l'intervallo in mezzo durante il quale sono andata a bere qualcosa al bar, credo di essere riuscita, tramite Doris, a far capire alla Wang Che Hua una serie di cose, tra cui:
1) deve cambiare orario, fare la spesa e preparare da mangiare per la Gabbianella, come da biglietto allegato;
2) non occorre fare una lavatrice al giorno se ci sono da lavare solo due magliette e una camicia. Meglio aspettare che il cesto sia pieno;
3) la biancheria scura andrebbe separata da quella chiara, così il Bighi non si lamenta perché le sue mutande sono diventate rosa;
4) sarebbe gradito che lei preparasse qualcosa anche per la cena, ma solo se glielo chiedo espressamente altrimenti ci penso io.
A dire il vero mi riesce difficile pensare che riesca a preparare qualcosa per cena entro le cinque, ma Doris ha insistito su questo punto, suggerendo anche di fare una prova per stasera. Così per cena abbiamo dan chao fan, un piatto facile che si poteva fare con gli ingredienti già comprati stamattina e che suonava bene.
Diciamo che dal punto di vista della comunicazione è andata bene.
Per quanto riguarda la pietanza, credo che aggiungerò qualche ingrediente, perché se metto in tavola una ciotola di riso bollito con uova, erba cipollina e salsa di soia c'è una probabilità piuttosto elevata che il Bighi me la rovesci sulla testa, e ho appena lavato i capelli.
giovedì 1 settembre 2011
Pop up, mood down
La P.O.P., valente Parents Organisation della scuola della BB che ha sede a Puxi (che corrisponde alla seconda P nella sigla), ha invitato i genitori (leggi le mamme) dei nuovi arrivati a un Morning Tea, per cui ti aspetti di andare in una casa vittoriana con le tende damascate e i mobili antichi e di scambiare due chiacchiere seduta in punta di chiappe su una scomoda poltroncina davanti a un tavolino basso con la tovaglietta di pizzo e la teiera a fiori, sorridendo col solito sorriso-paresi e sfogliando riviste di giardinaggio mentre tieni in una mano il tuo piattino con la tazza di tè fumante e con l'altra ti ficchi in bocca un minuscolo muffin al cioccolato con le ciliegie, sperando che nessuno ti veda sputare il nocciolo.
In effetti la riunione si è svolta in una sala al quarto piano della scuola, dotata di maxischermo per le slides e microfoni e attrezzata per l'occasione con panche non dissimili da quelle in uso durante la sagra del risotto di Isola della Scala, ed è finita dopo una mezz'ora abbondante di presentazione della scuola e un'altra mezz'ora per raccogliere informazioni dagli stand allestiti lì intorno, ivi compreso un numero gratuito che si chiama LifeLineShanghai e che offre qualsiasi tipo di aiuto. Ganzo.
A parte Ron Howard seduto davanti a me ci sono solo ragazze (cioè signore, donne, mamme insomma), tutte straniere a parte quattro, cinque con me. Bello, se ci sono ben altre quattro mamme italiane nuove, chissà quante ce ne sono di non-nuove. S., quarantacinquenne di Torino, ha due figli, è qui da due settimane e ha già un posto per insegnare francese nella scuola italiana, nonché l'appuntamento per iscriversi all'università; K., chimica di trentanove anni, viene da HongKong, ha una figlia, vive nel migliore compound di Shanghai e ha l'autista personale; C. ha due figli, è qui da due anni e ha aperto una scuola di cucina nella sua cucina; T. ha due figli, un marito americano (Ron Howard, appunto) e lavora nel reparto finanza di un'azienda che produce software mentre il marito sta a casa con i figli.
Ok, lo sapevo che facendo questa esperienza avrei incontrato persone interessanti e con le palle, ma adesso mi sento un po' , come dire? un po' sfigata, ecco.
Sì, lo so che vivere nel migliore compound e avere un autista non costituisce un elemento distintivo di particolari capacità personali, e che sono l'unica con tre figlie di cui una minuscola, ma che volete farci? La sensazione non cambia.
Vabbe', torno a casa.
Poco prima dell'ingresso della metropolitana c'è un capannello di gente (niente a che vedere con quelli che facciamo noi BighiFamiglia al Bund, comunque), un motorino per terra e tre persone al telefono che immagino stiano chiamando aiuto, perché c'è anche un uomo disteso che si tiene una gamba e che sembra molto sofferente, specialmente quando aspira il fumo della sigaretta.
Più avanti un pullmino giallo, sembra quello di una scuola, si è incastrato nella curva schiacciando una macchina rossa parcheggiata male, la gente intorno cerca di aiutare l'autista a disincastrarsi e quando finalmente con una retromarcia ben assestata (grossi problemi di manovra, qui) l'autobus fracassa il paraurti anteriore della macchina e riesce a rimettersi in carreggiata, la gente esulta inneggiando all'impresa del mitico autista. Non credo che tra i suoi fan ci fosse anche il proprietario della macchina, ma non si sa mai, la gente qui è strana, si fa prendere dall'esaltazione di massa.
Nonostante questi diversivi non riesco a togliermi di dosso un vago senso di inadeguatezza. Mi consolo quando la Gabbianella, in uno dei suoi rari slanci di affetto, mi butta le braccia al collo e mi tiene stretta stretta. Chissà se basterà. Magari potrei provare con il LifeLineShanghai.
In effetti la riunione si è svolta in una sala al quarto piano della scuola, dotata di maxischermo per le slides e microfoni e attrezzata per l'occasione con panche non dissimili da quelle in uso durante la sagra del risotto di Isola della Scala, ed è finita dopo una mezz'ora abbondante di presentazione della scuola e un'altra mezz'ora per raccogliere informazioni dagli stand allestiti lì intorno, ivi compreso un numero gratuito che si chiama LifeLineShanghai e che offre qualsiasi tipo di aiuto. Ganzo.
A parte Ron Howard seduto davanti a me ci sono solo ragazze (cioè signore, donne, mamme insomma), tutte straniere a parte quattro, cinque con me. Bello, se ci sono ben altre quattro mamme italiane nuove, chissà quante ce ne sono di non-nuove. S., quarantacinquenne di Torino, ha due figli, è qui da due settimane e ha già un posto per insegnare francese nella scuola italiana, nonché l'appuntamento per iscriversi all'università; K., chimica di trentanove anni, viene da HongKong, ha una figlia, vive nel migliore compound di Shanghai e ha l'autista personale; C. ha due figli, è qui da due anni e ha aperto una scuola di cucina nella sua cucina; T. ha due figli, un marito americano (Ron Howard, appunto) e lavora nel reparto finanza di un'azienda che produce software mentre il marito sta a casa con i figli.
Ok, lo sapevo che facendo questa esperienza avrei incontrato persone interessanti e con le palle, ma adesso mi sento un po' , come dire? un po' sfigata, ecco.
Sì, lo so che vivere nel migliore compound e avere un autista non costituisce un elemento distintivo di particolari capacità personali, e che sono l'unica con tre figlie di cui una minuscola, ma che volete farci? La sensazione non cambia.
Vabbe', torno a casa.
Poco prima dell'ingresso della metropolitana c'è un capannello di gente (niente a che vedere con quelli che facciamo noi BighiFamiglia al Bund, comunque), un motorino per terra e tre persone al telefono che immagino stiano chiamando aiuto, perché c'è anche un uomo disteso che si tiene una gamba e che sembra molto sofferente, specialmente quando aspira il fumo della sigaretta.
Più avanti un pullmino giallo, sembra quello di una scuola, si è incastrato nella curva schiacciando una macchina rossa parcheggiata male, la gente intorno cerca di aiutare l'autista a disincastrarsi e quando finalmente con una retromarcia ben assestata (grossi problemi di manovra, qui) l'autobus fracassa il paraurti anteriore della macchina e riesce a rimettersi in carreggiata, la gente esulta inneggiando all'impresa del mitico autista. Non credo che tra i suoi fan ci fosse anche il proprietario della macchina, ma non si sa mai, la gente qui è strana, si fa prendere dall'esaltazione di massa.
Nonostante questi diversivi non riesco a togliermi di dosso un vago senso di inadeguatezza. Mi consolo quando la Gabbianella, in uno dei suoi rari slanci di affetto, mi butta le braccia al collo e mi tiene stretta stretta. Chissà se basterà. Magari potrei provare con il LifeLineShanghai.
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