venerdì 21 giugno 2013

Sbavature di prima estate

- Mamma, fammi vedere qui...
- Sì lo so, ho i capelli bianchi. 
- E allora devi andare dalla parrucchiera. 

- Mamma... Sai che hai dei peletti qui. Li devi toiere, velo?
- Eh.

- Panciona panciona! Ma aspetti un bambino? 
- Macheddici!? Ossignur
- Eh, hai la pancia...

- Mamma
- Sì...?
- Con quel vestito... non so... si vede l'inizio delle tettine. Ecco, te lo sistemo. Così. 

Con tre figlie femmine non puoi concederti sbavature.
E l'estate è appena cominciata. Oggi.

giovedì 13 giugno 2013

Di trasformazioni, sparizioni e di altri misteri quotidiani

Da un po' di tempo la Gabbianella, tutte le sere, mi dice la stessa frase. 
Si mette il pigiamino, si infila sotto le lenzuola, beve un po' dal suo bicchiere e aspetta che le dia il bacio della buona notte, con i suoi occhietti tondi allegri spalancati nella penombra.
E poi, assicurandosi di avere il ciuccio in una mano e la moto nell'altra (o la macchinina, la mucca, il telefonino di plastica, l'aereo di carta, o qualsiasi altro gioco in giornata abbia eletto come suo preferito) sussurra a mezza voce È stata una bella giornata, vero mamma?

Ora, se si escludono giornate particolari tipo ieri (festa della Nina in giardino con ben tre piscine), durante le quali la Gabbianella arriva da me trafelata interrompendo il gioco per dirmi che si sta diventendo monto (dice proprio così: Mi sto diventendo monto!), la giornata della Gabbianella è piuttosto ordinaria: sveglia alle sette, colazione, crisi di pianto per vestito, treccine denti pipì, crisi di pianto per le scarpe, passeggiata fino alla fermata del pulmino, scuola, rientro da scuola, merenda, parco giochi se c'è il sole/collage o costruzioni se piove, crisi per vedere PeppaPig mentre le sorelle vogliono vedere Violetta, cena, denti pipì piagiamino. Finita la storia.

Eppure lei, tutte le sere, mi dice È stata una bella giornata, vero?
Che poi non è una vera domanda, in realtà è un'affermazione, seppure con richiesta finale di conferma. E quell'affermazione lì ti fa un po' pensare.

Che magari la tua, di giornata, t'è sembrata una palla, una giornata appesa, con poca voglia di fare in generale e poca voglia di rassettare in particolare, ma poi ti conosci e sai che i letti sfatti ti mettono tristezza e i piatti da lavare fanno disordine, e non puoi semplicemente chiudere la porta per non vedere, come per inciso stai facendo da quattro mesi con quello che era il tuo atelier, la stanza con bagno tutta per te, quello che doveva essere il tuo regalo, un rifugio per ricordarti che anche se hai tre figlie puoi avere un posto per te non solo psicologico, perché se hai un posto fisico solo per te poi trovi anche quell'altro spazio, dentro, mentre adesso quella stanza è diventata un magazzino, s'è trasformata in deposito, lavanderia, stireria, scarpiera, e non riesci più nemmeno a entrarci da tante cose che ci sono perché è diventato un posto dove metti le cose che non vuoi vedere in giro, solo un momento finché non troviamo lo spazio, e poi restano lì perché lo spazio non si trova, non è mica un calzino spaiato, lo spazio, che prima o poi salta fuori, lo spazio o c'è o non c'è, e per fare entrare delle cose devi eliminare delle altre cose, ecco. La stanza tutta per te, per esempio.
E comunque della tua giornata, dopo che hai portato le bambine al campo scuola e te ne sei tornata a piedi, dopo che hai rassettato, dopo che sei andata a prendere le pagelle e le cose in lavanderia, dopo che hai fatto la spesa, raccattato tutte le scarpe (comprese le tue), mangiato gli avanzi un'insalata mista, fatto una lavatrice e magari stirato una camicia (una sola, che fa caldo), insomma non è che ne resti molta, di giornata, prima delle tre e mezza. Nemmeno un po', la verità. Puff! Sparita.

Però, riflettendoci, da quando c'è il sole, cioè da quando non piove più tutti i giorni tutto il giorno, le giornate non sono poi così male.
Perché ti capita di avere voglia di fare una camminata fin su a Castel San Pietro, a vedere la città dall'alto, e la puoi fare, e scoprire che l'aria è così tersa che vedi fino in fondo all'aeroporto.
Oppure ti viene voglia di fare una corsa, e la fai, fino alla diga, a guardare il fiume calmo a destra e impetuoso a sinistra, e togli la musica per sentire il fragore dell'acqua nelle orecchie e chiudi gli occhi per immaginare di essere un sasso e sentire l'acqua addosso.
Oppure prendi un libro e una mela e vai giù in giardino a leggere, ti togli le scarpe e cammini nell'erba fresca, poi ti siedi sulla panchina e leggi finché non hai finito quel libro da 99 centesimi che hai trovato al supermercato, i Tascabili Economici Newton, che una volta avevano quello slogan, 100 pagine 1000 lire e trovavi tutti i classici e anche quelli che non avresti mai letto se non li avessi trovati a mille lire, tipo L'umorismo, Un mangiatore d'oppio, Jettatura o I racconti degli Arabeschi, per dirne qualcuno, e poi avevano smesso di farli, e adesso a rivederli al supermercato a 0,99 euro ti ha messo una strana nostalgia e allora hai comprato Cuore di cane e l'hai letto a piedi nudi in giardino mangiando una mela.

E allora, anche se il tuo atelier è diventato uno sgabuzzino con bagno e la montagna di cose da stirare sta raggiungendo il soffitto, anche se per entrarci devi scavalcare mille mila scarpe nonostante tu ne abbia già eliminate altre mille mila (molte delle quali tue, la verità), anche se stai ad aspettare che l'asciugatrice finisca per piegare la biancheria e sei sempre in crisi di idee quando devi preparare la cena; anche se avresti preferito un aperitivo con le amiche anziché un pomeriggio al campo giochi con conseguente serata di docce e asciugatura capelli e crisi di pianto su una pasta fredda con pomodorini e ricotta; insomma, nonostante la giornata, alla fine dai un bacio alle tue bambine e, prima di socchiudere la porta, guardi la Gabbianella e i suoi occhietti tondi e le dici che sì, è stata proprio una bella giornata. 
Bellissima, amore mio.
E il fatto misterioso è che, in quel preciso momento, lo pensi davvero.

venerdì 7 giugno 2013

Intoppi

Sono in ritardo. Al solito.
Ché invece di andare a correre subito subito come avevo pensato, mi è venuto la sindrome pulitoria e ho fatto una lavatrice e sistemato i letti e lavato i bicchieri e spazzato per terra e per poco non mi metto a lavare i vetri, che non ci si vede fuori e poi penso ci sia la nebbia e invece sono i vetri.
No, dai. I vetri no. Vado a correre, che con tutte queste feste (feste! Vabbè, lasciamo andare) ho mangiato un sacco di patatine e torte e bignè alla crema.

Driiiinn.... Driiiiinnn

- Pronto?
- Buongiorno, Comune di V*, parlo con la Signora Wonder?
- Sì, sono io (di pirsona pirsonalmente, direbbe Catarella. Mi metto quasi sull'attenti)
- Scusi se la disturbo
- Si figuri (stavo solo per andare a correre, ma posso aspettare due minuti. Non di più che poi perdo lo sprint)
- Ci risulta che abbia fatto richiesta di trasporto scolastico per la Gabbianella
- Sì sì, ho fatto l'iscrizione on line. Ho sbagliato la data di nascita, vero? È che il sistema mette in automatico...
- No Signora...
- (eddài con 'sto Signora, ma se sono una ragazzina)
- è che non risulta che sia in regola con i pagamenti precedenti, quindi la sua richiesta è sospesa.
- Maddài? Come sospesa? E la Gabbianella me la lasciate a piedi, porella?
- Le dico che non è in regola
- Ma non ho ricevuto il bollettino...
- Fa niente. Ci deve mandare al più presto quarantuno euro e quaranta per la refezione scolastica.
- Ma non era il trasporto?
- Sì ma lei non è in regola con la refezione. Quarantuno euro e quaranta.
- Ah. Vabbè.
- Lo faccia subito che sistemiamo la cosa al più presto. Poi ci manda un fax.
- SignorSì, va bene. Quarantun euro e quaranta.
- Esatto. Arrivederci Signora
- (Signora tua nonna) Arriverderci.

Subito, sì, però vado a correre, prima. Che poi devo fare una torta per il compleanno della cuginetta e a mezzogiorno escono le ragazze.

Drrriiiiiinnn

- Pronto?
- La Signora Wonder?
- (Di pirsona pirsonalmente) sì
- Sono ancora io, scusi se la disturbo
- Mi dica (mannaggia il tempo che passa)
- Risulta che non ha pagato nemmeno il trasporto, in effetti.
- Ah.
- Deve versare anche 138,60 euro, però in un altro bollettino, quello per il trasporto.
- Va bene. Due bollettini.
- Un bollettino da quarantuno euro e quaranta e uno da centotrentotto e sessanta. Capito tutto?
- Capito, certo.
- Arrivederci, allora
- Buon giorno, sì.

Adesso vado, che mi resta poco tempo.

Driiiinn, driiiiiiiiiiiiiinnn

- Pronto.
- Sono sempre io.
- (Sa che c'avrei giurato? Io pure sono io di pirsona pirsonalmente) Che succede?
- Ci siamo sbagliati, sa. Il trasporto non lo deve pagare.
- Ah. Meglio così. Grazie, eh, arrived...
- Ennò, aspetti un attimo. Quei 138 euro e 60 li deve pagare lo stesso, solo che sono anche quelli per la mensa. Allora dovrebbe fare un bollettino unico di centoottanta euro.
- Ammazza centoottanta euro. Quanto magna la Gabbianella?
- Subito!
- Subito subito? Sarà mica meglio che aspetto dieci minuti, per sicurezza?
- Non faccia la spiritosa, questa è la volta buona.
- Ok. Arrivederci, eh.
- Saluti, Signora.

Vabbè, domani. A correre ci vado domani. 
Però. Mi sorge così, spontanea, una domanda. Sarò mica davvero una Signora? 

mercoledì 5 giugno 2013

L'ultima settimana

Questa è l'ultima settimana di scuola.
L'ultima. Settimana. Di. Scuola.
Così per inciso, ultima settimana di scuola viene a significare che dalla prossima, di settimana, inizia un periodo piuttosto lungo di adiacenza delle pargole.
Ma andiamo oltre.
Una delle poche, pochissime cose sicure, anzi l'unica vera certezza della vita, è che dobbiamo morire. Lo so, detto così fa impressione, ma qualcuno ve lo doveva pur dire.
Ora, alla luce di questa incontrovertibile verità savonarolesca, che io muoia, alla fine di quest'ultima settimana di scuola, non avrebbe in sé nulla di straordinario, se non l'essere questa l'ultima settimana della mia vita.

Pensate ora. Se voi sapeste che questa sarà l'ultima settimana della vostra vita, fareste come Lutero, e continuereste a vivere come se niente fosse, piantando anche il vostro alberello di mele, o fareste come Vasco Rossi, e berreste ogni attimo col sole sempre in faccia, come se tutti i giorni fosse sabato sera?
Ammetto che il parallelo Lutero/Vasco è un tantino ardito. Allora scambiamo Vasco con Orazio, che fa più intellettuale.

Il fatto è che questa settimana, l'ultima settimana di scuola e potenzialmente l'ultima della mia vita, ha una pianificazione che neanche il tour di Bruce Springsteeen, come ha detto qualcuno.
Martedì. Festa a scuola della Gabbianella. Please portare un dolce. A seguire festa di compleanno per BB, e anche per il Gatto, ma siccome ancora non possiedo il dono dell'ubiquità una festina salta. E martedì è andato.
Mercoledì (vale a dire oggi). Lezione aperta di musica a scuola, con performance dei bambini a cui i genitori sono pregati di prendere parte (non solo con la presenza. Serve anche cantare e ballare e battere le manine). Nel tardo pomeriggio fino a sera, festa di fine anno di tutta la scuola, per la quale siamo invitati a portare due torte (una della quali è già in forno) e due bibite.
Giovedì. Festa di compleanno.
Venerdì. Festa di compleanno. A seguire, cena di classe della prima A. Se vi fosse sfuggito, sottolineo che è venerdì sera.
Sabato. Due compleanni. Cena di classe della seconda A. Se vi fosse sfuggito... Mannò, son sicura che non vi è sfuggito.

Dunque. Se qualcuno mi avesse detto in anticipo che il ruolo di madre prevede questa serie di obblighi parascolastici ci avrei pensato su. 
Avrei fatto l'amore con Control, per esempio.
Perché io non dico che si debba vivere sempre come fosse l'ultimo giorno, godere ogni attimo, carpire il diem (ché poi diciamocelo, il più delle volte non ce l'hai mica il tempo di cogliere l'attimo). Però nemmeno bastonarsi i cabasisi come Tafazzi.
Fate qualcosa per me.
Salvatemi.
Dum loquimur, fugerit invida aetas. 

Uccidetemi. Subito però. Prima di quest'ultima settimana di scuola.

giovedì 30 maggio 2013

Vicinato

Vivo in un appartamento.
Non che sia una notizia di rilievo. Probabilmente la maggior parte della popolazione mondiale vive in appartamento.
Voglio dire, mi piacerebbe stare in una villetta con giardino, una di quelle liberty di via Menotti per esempio, o di via Risorgimento. Ci terrei anche un gatto, o magari un canarino, e le rose bianche rampicanti. Sul gatto non ho problemi, è autonomo. Sul canarino avrei già qualche difficoltà, quello bisogna ricordarsi di dargli da mangiare e anche da bere, a volte. Però sai che bello sentirlo gorgheggiare la mattina presto. Le rose avrebbero vita assai breve, e non avendo il dono della parola non credo resisterebbero più di sei mesi, e comunque questa loro caratteristica, cioè di non lamentarsi se stanno male, mi solleva dalla responsabilità in caso di morte, e sinceramente mi fa sentire meno in colpa. Però le vorrei lo stesso, sono molto romantiche. Andrebbero bene anche rosse, credo.

In realtà sono incerta. Non so se mi piace di più la villetta liberty di cui sopra, vicino al centro, con le imposte azzurre e la ringhiera piena di riccioli, un bovindo esagonale e la terrazza col pergolato, o una grande casa shabby chic nel verde della campagna, con i lampadari bianchi le tovaglie di lino e i candelabri d'argento sul grande camino, l'amaca all'ombra del cedro e le lanterne appese a illuminare tremule le notti estive, o magari una villa design supertecnologica, di quelle che hanno il garage con la porta automatica e il pavimento di piastrelle bianche e nere con un ingresso direttamente in casa, che quando entri le luci si accendono da sole, che non capisci dove siano gli armadi e che ti basta schiacciare un bottone per avere un aperol soda completo di fetta d'arancia.

Comunque, in realtà, cioè nella vera realtà, vivo in un appartamento.
Bello, eh. Luminoso, terzo piano. Un sacco di finestre. Da pulire, per inciso.
Che poi quando uno parla di condominio t'immagini una serie di appartamenti tutti uguali, con la cucina appena entrati sulla destra, poi il soggiorno, camera camera bagno sgabuzzino camera bagno (due bagni, ci son sempre due bagni, anche se poi uno diventa la lavanderia e gli ospiti a lavarsi le mani li mandi nell'altro, quello grande), se va bene anche un balconcino dove puoi far crescere dell'edera ricadente e una pianta di basilico (annuale, e c'hai pure la scusa se poi a un certo punto muore) e una serie di vicini con cui solitamente scambi grugniti alla mattina presto e un saluto poco meno che cordiale al pomeriggio tardi, se va bene.
Qui no. Qui gli appartamenti non si somigliano per niente e c'è una fauna condominiale piuttosto pittoresca, senza contare che, essendo un condominio molto piccolo circondato da condomini grossi, ci sono anche dei vicini che non sono propriamente condomini ma che ormai fanno parte del paesaggio, con il non trascurabile vantaggio che non ci litighi nelle assemblee.

E in effetti, da quando hanno tagliato il pino marittimo davanti a casa, sul lato ovest, dalla cucina vedo distintamente i movimenti delle vicine, ombre nere che si muovono dietro le finestre come le sagome di quel film di Fantozzi ma invece esistono davvero, le trovi in giardino che raccolgono i fiori e regalano caramelle alle bambine. Hanno nomi tipo Luisanna, Pervinca, Renata ma nell'insieme vengono chiamate affettuosamente Quelle troie delle moneghe, hanno sorrisi sdentati e garage ambitissimi che riempiono di cassette di mele, marmellate e scatole di vestiti. D'inverno probabilmente vanno in letargo, ma con la bella stagione aprono le finestre e, specie nelle serate di maggio, riempiono l'aria dei canti per la Madonna, il che in qualche caso risulta anche comodo perché quando all'improvviso non senti più l'Aave Mariiiaaaaaa capisci che è ora di preparare la cena.

Quasi contemporaneamente al pino marittimo davanti a casa hanno tagliato anche l'enorme magnolia dietro casa, sul lato est. L'operazione, per la quale ho pianto un po' come Idefix, mi ha improvvisamente aperto un mondo sugli altri vicini, quelli del condominio sul retro.
Ora, non è che io passi il tempo spiando nelle case altrui, sebbene per un certo periodo di tempo davanti a una delle otto finestre della sala abbia stazionato un telescopio che può aver indotto qualcuno a fare dei pensieri su certo voierismo di ringhiera. Ma giuro che serviva per le stelle. Comunque. Il fatto è che se apri la finestra per arieggiare la stanza alle nove della domenica mattina non puoi evitare di vedere il ragazzo del primo piano che staziona sul poggiolo scrutando il cielo come un aruspice in mutande e petto nudo. Poi insomma, se quello se ne sta lì ad aspettare un segno divino tu hai anche il tempo di fare qualche considerazione sul suo personale, come si dice.
Sullo stesso piano, a sinistra, ci abita un vecchietto. Guida una Bianchina bianca e guarda la televisione a tutte le ore. La moglie, una bionda occhiglauca che da giovane doveva essere una bellezza, aveva un nome impronunciabile di origini tedesche. Un giorno è arrivata l'ambulanza e l'ha portata via, e non l'abbiamo più vista.
Al secondo piano ci sta una coppia, lei appende sul poggiolo le giacche ad arieggiare e le lascia lì per settimane, al vento e all'acqua. Lui innaffia rigogliose campanule viola e fa girare con un dito le girandole a forma di coccinella. A Natale il balcone sembra l'insegna del circo Medrano, con mille luci colorate e lampeggianti, e resta così più o meno fino a Pasqua.
Poi c'è la ragazza isterica del terzo piano, quello che si fa la doccia con la finestra aperta, quello che va sul davanzale per tagliarsi le unghie, quello che suona benissimo il pianoforte, quella che grida ai figli di non gridare, quella che se ti incontra al cassonetto ti attacca un bottone che non finisce più, quello che fa delle festine rumorose e non ti invita mai.

Con un vicinato così, si può ben capire che in questo mini condominio ci sia un certo turnover. Qui resistono solo i migliori. O quelli che non hanno alternative.
E pensare che ancora nessuno ha tagliato il cipresso del lato sud.