Avevo
una ducati.
Il
fatto è che volevo la moto da quando avevo quattordici anni. Tutti
avevano il motorino, ma io volevo la moto. Il Cagiva. La chiamavo
così, il
Cagiva, per me era maschile. Mai piaciuto dire la Cagiva. I miei non ci sentivano, ovviamente. Non
mi avrebbero mai preso nemmeno il motorino, la verità. Io mi ero
messa in testa che me la sarei comprata, e ho cominciato a mettere i
soldi da parte. Ho comprato il casco. I miei non hanno fatto una
piega. Mica scemi. Lo sapevano che non era facile comprare una
moto con la mancia della domenica.
Comunque
poi ho usato il motorino di Marco, un ragazzo a cui piacevo, così me
lo prestava volentieri. Le prime volte saliva anche lui con me,
seduto dietro, e teneva le sue mani sulle mie, attaccate alle
manopole del manubrio, per insegnarmi. Sentivo il suo corpo
vicinissimo, il suo respiro vicino all'orecchio. A quattordici anni
sono emozioni. Comunque a me piaceva un altro, che ovviamente non mi
si filava per niente.
La
prima volta che sono caduta ero sul motorino di Marco. Mi son fatta
un buco nel ginocchio, che c'ho messo un po' a inventarmi una scusa
plausibile per i miei, e comunque mia mamma non c'ha creduto neanche
dieci secondi. Ha solo fatto finta. È incredibile quante cose ha
fatto finta di credere, la mia mamma. Ancora adesso sono convinta che
sappia delle verità su di me che non le ho mai raccontato. Le ha
intuite.
Comunque.
La
seconda volta che sono caduta ero in Grecia, e avrei fatto fatica a
inventarmi una scusa. Dodici punti son difficili da giustificare. La
mamma mi ha regalato i fuseaux.
Si chiamavano così. Poi si son chiamati pantacollant,
poi leggins.
Ma son sempre la stessa cosa. Diceva che non avrei più potuto
mettere la minigonna, con quella cicatrice lì proprio sopra il ginocchio.
Che poi non la mettevo mai la minigonna. E comunque adesso la metto, che qui in Cina l'unica cosa che puoi mostrare con una
certa disinvoltura sono le gambe. Non le spalle, non la schiena, non
il décolleté. Le gambe. Minigonne inguinali, qui. Che una cicatrice sopra il ginocchio fa anche un po' vita vissuta.
In
moto ci andavo con gli amici, a volte di nascosto. Facevamo delle
gite sul lago, in gruppi enormi, e il bello per me era proprio andare
fino là. Poi vabbè, si faceva il bagno, si facevano giochi scemi,
le grigliate sulla spiaggia, ma a me piaceva andare e tornare, sulla moto di qualcuno.
Si
andava anche alle cascate di Misurina, su per strade tortuose e
umide, con la vespa, il cuore di panna. Oh, nessuno che me la facesse
guidare, 'sta moto. Malfidati.
Alla
fine mi sono comprata un motorino. Esigenze di servizio. Mi ci sono
divertita un sacco, col mio honda sky 50 comprato usato. Sentivo
l'aria addosso, passavo tra le macchine, ci portavo gli amici dietro
che ci stavano comodi, ché quel motorino là aveva la sella lunga,
mica come il Ciao di Marco.
La
terza volta che sono caduta non mi son fatta niente. Ho tirato su il
motorino, che pure lui era incolume, e son ripartita. Capita, sul
pavé bagnato, è facile.
La
quarta volta guidavo la ducati. Era bellissima, nera,
opaca, con il codino rialzato e le frecce piccole. Ci avevo messo un
adesivo di Margot, la fidanzata di Lupin, e mi sentivo come lei, una
gran gnocca.
Ognuno ha le proprie fantasie, eh.
Il
fatto è che quella ducati lì c'ha uno sterzo che ti frega. Che tu
pensi di poterla tenere su e invece no. Comunque ero quasi ferma, mi son fatta niente.
Che
a me piacevano le curve. Non sono mai stata amante della velocità,
spararsi su un rettilineo per vedere fino a dove tira il motore,
sentire il rumore urlato. Magari un po' una sgasatina in galleria,
giusto per l'effetto sonoro. Ma sai che bello in montagna, o sulle
colline, o al mare, in Francia, la curiosità, la sorpresa che riservano le curve. Un po' di
piega, poco, eh, che non son capace, ma quel tanto che basta a far girare l'adrenalina, perché sei tu
che decidi. Mica uguale, stare seduti dietro.
La
quinta volta è stata da pivellina, sulla ghiaia, col freno davanti.
Che un po' la ducati s'è infortunata, s'è svirgolata il manubrio.
Che non l'ho neanche sfiorato, quello che m'ha tagliato la strada, e quindi affari miei. Si son fermati due col chopper a vedere come stavo, e siamo stati seduti sul muretto per
un po', finché m'è passato lo spavento.
E
niente, mi sono svegliata stamattina, che erano le cinque e
quarantadue, con questo pensiero che non c'ho più la ducati.
Che è
stato il regalo più meraviglioso che abbia mai ricevuto.
Che lì per
lì, quand'è nata il Gatto, ho pensato che fosse la cosa giusta da
fare, venderla.
Che con due bambine quando ci andavo più, in moto.
Che era vero.
Però stamattina, ecco,
chissà perché m'è tornata in mente, però un po' mi dispiaceva, la verità.