sabato 29 settembre 2012

Welcome parents

Sono arrivati i WonderParents.
Sono arrivati a due giorni dalla festa di mezzo autunno, quando si mangiano i dolcetti della luna che riempiono tutti i negozi di pacchettini colorati, e a tre giorni dalla festa nazionale, quando tutte le scuole sono chiuse e si fa festa e si guardano i fuochi d'artificio e si sentono i botti per una settimana intera.
Sono arrivati in un pomeriggio ventoso dopo dodici ore dentro un aereo pieno di cinesi e un'ora dentro un taxi guidato da un tassista pazzo lungo strade sopraelevate tra la campagna e i grattacieli.
Sono arrivati con due sole valigie che hanno aperto, in mezzo a tre bambine saltellanti, sul pavimento del soggiorno, e che sembravano la borsa di Mary Poppins.
Da quelle valigie hanno tirato fuori regali per le bambine, pensieri di nostalgia e doni per quel giorno speciale passato come un giorno qualunque. In un turbinio di carte e pacchetti e fiocchi sono arrivate due bottiglie di olio, un chilo (un chilo!) di cioccolatini, due bottiglie di grappa, tre quaderni da colorare, tre orsi di cioccolato con tre cuoricini al collo, due bottiglie di vino, tre cuori di zucchero blu, un sacchetto di medicine, tre libri, uno shampoo speciale e una crema speciale per i capelli nuovi della Wonder, un latte idratante profumato buonissimo, tre braccialetti, un completo da bici per l'inverno, tre buste con dentro tre lettere commoventi, quella crema là che toglie le righe e anche i quadretti, una sottoveste del colore nuovo dell'inverno e una meravigliosa acquamarina dentro un sacchettino di seta.

E adesso, se non vedete la Wonder, per un po', non preoccupatevi. C'è, e vi pensa, eh. 
 
È solo che, per un po', sarà travolta dal sonno, dalle feste, dai racconti, dai capricci, dalle guide turistiche, dai pranzi da preparare, dalle gite da organizzare, e sarà impegnata a tenere ben saldo tra le mani un filo sottile di pensieri ancorato a un grumo di nostalgia portato in alto dal vento.

giovedì 27 settembre 2012

Pensieri all'alba

Avevo una ducati.
Il fatto è che volevo la moto da quando avevo quattordici anni. Tutti avevano il motorino, ma io volevo la moto. Il Cagiva. La chiamavo così, il Cagiva, per me era maschile. Mai piaciuto dire la Cagiva. I miei non ci sentivano, ovviamente. Non mi avrebbero mai preso nemmeno il motorino, la verità. Io mi ero messa in testa che me la sarei comprata, e ho cominciato a mettere i soldi da parte. Ho comprato il casco. I miei non hanno fatto una piega. Mica scemi. Lo sapevano che non era facile comprare una moto con la mancia della domenica.
Comunque poi ho usato il motorino di Marco, un ragazzo a cui piacevo, così me lo prestava volentieri. Le prime volte saliva anche lui con me, seduto dietro, e teneva le sue mani sulle mie, attaccate alle manopole del manubrio, per insegnarmi. Sentivo il suo corpo vicinissimo, il suo respiro vicino all'orecchio. A quattordici anni sono emozioni. Comunque a me piaceva un altro, che ovviamente non mi si filava per niente.

La prima volta che sono caduta ero sul motorino di Marco. Mi son fatta un buco nel ginocchio, che c'ho messo un po' a inventarmi una scusa plausibile per i miei, e comunque mia mamma non c'ha creduto neanche dieci secondi. Ha solo fatto finta. È incredibile quante cose ha fatto finta di credere, la mia mamma. Ancora adesso sono convinta che sappia delle verità su di me che non le ho mai raccontato. Le ha intuite. Comunque.

La seconda volta che sono caduta ero in Grecia, e avrei fatto fatica a inventarmi una scusa. Dodici punti son difficili da giustificare. La mamma mi ha regalato i fuseaux. Si chiamavano così. Poi si son chiamati pantacollant, poi leggins. Ma son sempre la stessa cosa. Diceva che non avrei più potuto mettere la minigonna, con quella cicatrice lì proprio sopra il ginocchio. Che poi non la mettevo mai la minigonna. E comunque adesso la metto, che qui in Cina l'unica cosa che puoi mostrare con una certa disinvoltura sono le gambe. Non le spalle, non la schiena, non il décolleté. Le gambe. Minigonne inguinali, qui. Che una cicatrice sopra il ginocchio fa anche un po' vita vissuta.

In moto ci andavo con gli amici, a volte di nascosto. Facevamo delle gite sul lago, in gruppi enormi, e il bello per me era proprio andare fino là. Poi vabbè, si faceva il bagno, si facevano giochi scemi, le grigliate sulla spiaggia, ma a me piaceva andare e tornare, sulla moto di qualcuno.
Si andava anche alle cascate di Misurina, su per strade tortuose e umide, con la vespa, il cuore di panna. Oh, nessuno che me la facesse guidare, 'sta moto. Malfidati.
Alla fine mi sono comprata un motorino. Esigenze di servizio. Mi ci sono divertita un sacco, col mio honda sky 50 comprato usato. Sentivo l'aria addosso, passavo tra le macchine, ci portavo gli amici dietro che ci stavano comodi, ché quel motorino là aveva la sella lunga, mica come il Ciao di Marco.

La terza volta che sono caduta non mi son fatta niente. Ho tirato su il motorino, che pure lui era incolume, e son ripartita. Capita, sul pavé bagnato, è facile.

La quarta volta guidavo la ducati. Era bellissima, nera, opaca, con il codino rialzato e le frecce piccole. Ci avevo messo un adesivo di Margot, la fidanzata di Lupin, e mi sentivo come lei, una gran gnocca. 
Ognuno ha le proprie fantasie, eh.
Il fatto è che quella ducati lì c'ha uno sterzo che ti frega. Che tu pensi di poterla tenere su e invece no. Comunque ero quasi ferma, mi son fatta niente.
Che a me piacevano le curve. Non sono mai stata amante della velocità, spararsi su un rettilineo per vedere fino a dove tira il motore, sentire il rumore urlato. Magari un po' una sgasatina in galleria, giusto per l'effetto sonoro. Ma sai che bello in montagna, o sulle colline, o al mare, in Francia, la curiosità, la sorpresa che riservano le curve. Un po' di piega, poco, eh, che non son capace, ma quel tanto che basta a far girare l'adrenalina, perché sei tu che decidi. Mica uguale, stare seduti dietro.

La quinta volta è stata da pivellina, sulla ghiaia, col freno davanti. Che un po' la ducati s'è infortunata, s'è svirgolata il manubrio. Che non l'ho neanche sfiorato, quello che m'ha tagliato la strada, e quindi affari miei. Si son fermati due col chopper a vedere come stavo, e siamo stati seduti sul muretto per un po', finché m'è passato lo spavento.

E niente, mi sono svegliata stamattina, che erano le cinque e quarantadue, con questo pensiero che non c'ho più la ducati. 
Che è stato il regalo più meraviglioso che abbia mai ricevuto. 
Che lì per lì, quand'è nata il Gatto, ho pensato che fosse la cosa giusta da fare, venderla. 
Che con due bambine quando ci andavo più, in moto.
Che era vero. 
Però stamattina, ecco, chissà perché m'è tornata in mente, però un po' mi dispiaceva, la verità.

lunedì 24 settembre 2012

Senza parole

La mia amica Tamao è giapponese.
Vive in un appartamento piccolo e minimalista con suo marito e tre gatti. Beve un sacco di tè, le piacciono i dolci italiani ma non il caffè, compra tutto su taobao tranne le tazze per il tè e si è portata dal Giappone un bellissimo servizio di piatti. Balla la zumba per tenersi in forma, viaggia poco perché non vuole lasciare soli i gatti, è sola tutto il giorno e durante il fine settimana non cucina mai.
Per questo esce spesso. Lei e suo marito vanno a cena fuori il sabato sera, e al brunch la domenica. Spulciano insieme le riviste per trovare eventi, spettacoli o ristoranti da provare, e ogni tanto me ne consiglia uno particolarmente buono o economico.
Suo marito le fa regali strani. Un puzzle, un libro (in cinese) su come abbinare il vino francese ai cibi cinesi, una torta fatta di asciugamani. Lei ride, lo prende in giro ma lo trova bellissimo.

Da qualche giorno Tamao e suo marito escono poco. Quando lo fanno, si vestono con vestiti cinesi, usano gli occhiali da sole e non frequentano i loro locali preferiti.
Perché i giapponesi sono diversi dai cinesi. I giapponesi sono più riservati, più eleganti, più puliti, meno casinisti. E un po' si distinguono anche per la fisionomia. E i cinesi li riconoscono.
E in questi giorni, a Shanghai, succedono delle cose.
I cinesi, che hanno vari motivi per essere scontenti, hanno trovato una scusa per sfogare il malcontento in maniera violenta, e lo fanno contro i giapponesi. Spaccano le vetrine dei negozi e delle catene giapponesi, distruggono macchine giapponesi, entrano nei compound alla ricerca di case abitate da giapponesi. La polizia interviene solo esteriormente. Fa presenza, insomma, mentre pare sostenere le manifestazioni.
Intanto, il governo giapponese sembra intenzionato a creare una rete di alleanze, e allo scopo pare disposto ad appianare le divergenze con la Corea.
E questo odio, questa inimicizia atavica mette un po' paura.

E io, che ho passato due giorni bellissimi a Monganshan, dove c'è un resort in mezzo al niente con una tinozza a fare da vasca da bagno, uno schermo gigante per vedere vecchi dvd e una parete piena di ciabattine per gli ospiti, dove c'è una foresta di bambù umida e nebbiosa e un lago artificiale in cui si può pescare, dove c'è un parco nazionale pieno di gradini e piccoli torrentelli, mappato così male che non riesci a trovare l'unica vera attrattiva, vale a dire la cascata; io, che avrei voluto restare là a camminare a piedi nudi nell'erba bagnata e a respirare la pioggia, a ridere e fare colazione con bacon e uova e pane tostato, a sentire sulla pelle l'aria fresca e silenziosa della mattina quando ancora tutti dormono; io, che stamattina cercavo le parole per raccontare a Tamao come sono stata bene in questi due giorni, per dirle del camino col fuoco acceso, del divano pieno di cuscini, della cena alle sei, degli scherzi e degli amici, e di un piumino caldissimo e leggero; io, stamattina, le parole non le ho trovate.

venerdì 21 settembre 2012

Di tagli e potature

I giardinieri del nostro compound sono personaggi bizzarri.
Durante l'estate mi hanno potato le rose brutalmente, vanificando il lavoro di mesi (insomma, lo so che crescono da sole, ma le avevo fatte arrampicare così bene...). 
La settimana scorsa due figuri si sono materializzati in giardino. Uno aveva una pala, uno un alberello.
Hanno piantato l'alberello in un posto qualsiasi.
Ora, non è che mi dispiacciano gli alberelli. 
Lo so, dovrei anche avere delle remore nel dare giudizi di merito, dato che il mio pollice è lontanissimo dall'essere verde, anzi direi che tende al rosa.
Però. Secondo me non è che puoi mettere un albero dove capita, e poi quello cresce e fa i fiori e magari anche le mandorle e lo scoiattolo che se le mangia. Di solito si cerca il posto giusto, si mette della terra buona, si guarda se deve stare al sole o all'ombra, gli si dà un po' di acqua, insomma quelle cose che un giardiniere dovrebbe sapere.
Ora l'alberello è defunto, o almeno sembra sulla buona strada.
Mi tocca tirarlo via. O tagliarlo alla base. Mica lo voglio, un alberello moribondo, che poi con me muore sicuro, e mi prendo pure la colpa.

Comunque, ho fatto dei cambiamenti.
La terrazza non c'entra niente, ché ancora non ho trovato qualcuno che mi vende delle canne di bambù di quattro metri e mezzo.
No, dico, nel paese del bambù, dove ci sono intere foreste di bambù e l'unico animale del mondo che vive solo di bambù, non dovrebbe essere difficile, no? E invece pare di sì. Ma io non demordo, troverò quella benedetta canna di quattro metri e mezzo, dovessi rubarla all'impalcatura del vicino.

Tenetevi forte. Anzi, sedetevi, che certe notizie vanno date davanti a un caffè.
Mi sono tagliata i capelli.
Vabbè, mica come l'AmicaBarbara eh.
Avevo una foto di un taglio che mi piaceva, l'ho portata al parrucchiere.
Che ho trovato questo parrucchiere che si chiama Bono, che già il nome è una garanzia, che ha studiato da Tony&Guy, parla inglese e francese e ha questo negozio piccolissimo in Wuding lu, proprio all'incrocio con Changde lu, pieno di foto di attori francesi e di cartoline vintage, dove non ti fanno massaggi né manicure e non ti puliscono manco le orecchie, dove sono tutti ragazzi, nel senso di maschi giovani che lavorano in silenzio ma col sorriso negli occhi, e insomma quel posto lì mi è piaciuto subito, e ho deciso che andrò sempre lì anche se devo fare quarantacinque minuti di metropolitana e poi quindici a piedi.

E insomma ho portato questa foto a Bono, un ragazzo alto, col pizzetto e la faccia tonda, i capelli rasati sulle tempie e un ciuffo sopra raccolto in una coda, gli occhi sottili e un cinturone porta attrezzi con spazzole, forbici e pinzettoni. Una specie di cowboy del capello, insomma.
Lui ha guardato la foto e ha detto Sono corti. Io ho detto Sì, vanno bene, puoi farli così? E lui ha detto Facile. Che qui son metodici. Tu gli porti una foto, e loro ti fanno uguale uguale, che son degli artisti, a copiare. Certe volte ti dicono No, non si può fare con questi capelli qui, vieni diversa. E tu lo sai già che vieni diversa, ma ti piace quel taglio là. Comunque a me non l'ha detto. A me ha detto Facile.
Se lo dici tu, ho pensato. Però ha detto anche Guarda che poi dopo non è mica facile da pettinare, a casa, non sei mica capace, da sola.
Vabbè, adesso stiamo qui a rompere il capello in quattro. Verrò qui, a farmi pettinare, dai.
E quindi adesso ho i capelli come quella foto là. Che poi è questa qui.
Però ecco, non è che sono proprio uguale. Solo i capelli.

mercoledì 19 settembre 2012

Un giorno qualunque

Guardo l'ora. Le 6 e 25.
Mi giro dall'altra parte.
Vorrei stare ancora un po' qui, con gli occhi chiusi, a sentire il silenzio della casa prima della sveglia.
Vorrei dimenticare tutto quello che devo fare oggi, i workshop, le lezioni, i compiti a casa.
Vorrei riprendere sonno, quel sonno leggero della mattina, quando senti tutti i rumori ma fai finta di niente, li lasci andare e ti fai cullare dall'ultimo brandello di sogno.
Vorrei svegliarmi che è domenica.
Vorrei che qualcuno avesse già preparato la colazione per me, e il profumo del caffè riempisse la stanza.
Vorrei scendere le scale in punta di piedi e sentire le bambine che in silenzio mi fanno una sorpresa, si nascondono sotto la tavola e ridono sottovoce.
Vorrei un bacio, il pane tostato con la nutella, merry you alla radio e l'atmosfera docile di un giorno di festa.

- Mamma, ma oggi andiamo a scuola? Andiamo a scuola lo stesso?
Certo Gatto, amore, sì. È un giorno come un altro. Ho solo un anno in più.