La linea 10 della metro, dopo l'incidente di martedì in cui sono rimaste ferite più di duecentottanta persone, ha riaperto oggi. Nel frattempo, la città è impazzita, è un enorme ingorgo di macchine in cui riescono a muoversi solo i pedoni, le biciclette e gli scooter, perché si insinuano negli spazi tra una macchina e un bus ma soprattutto perché di fatto circolano sui marciapiedi.
L'incidente della metro ha alimentato le polemiche sulla sicurezza e scoperchiato con un breve anticipo il vaso della pazzia in cui la Cina ribolle per la festa del primo ottobre, sessantaduesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, una settimana di vacanza e di frenesia senza limiti.
Questo io però ieri non lo sapevo.
Non so dell'incidente quando, ferma davanti all'ingresso della metro, aspetto un treno che non arriva, né quando, masticando improperi contro il tassista che sta facendo un giro turistico della periferia, scendo nei pressi della prima fermata utile della metro dopo un'ora esatta, e nemmeno quando mi infilo a forza nella carrozza strapiena un po' perplessa circa la possibilità di guadagnare l'uscita entro le nove e un quarto dato che sono le nove e ventitrè.
La notizia invece mi arriva mentre sto masticando un gamberetto al sesamo, pepe nero e peperoncino piccante insieme con l'Amica Francese e altre quattro filles, e mentre discutiamo del più e del meno alternando le lingue a caso attorno alla tavola in casa di Ami, anziana ma abile cuoca cinese, alla fine della lezione di cucina tenuta in lingua francese.
Ami abita in un palazzo al terzo piano nella zona di Madang Lu, e tiene corsi di cucina shanghainese ogni giorno.
In sala, una tv con un grande schermo, un divano, un disegno di Mao incorniciato, due quadri tradizionali e un computer, e una fila di ciabattine da infilare al posto delle scarpe. In cucina, pentole capienti annerite dall'uso, coltelli e spezie, e tutti gli ingredienti già puliti e preparati in ciotole decorate. Le ricette sembrano semplici, e Ami si muove con grazia, mostra la preparazione, le salse, le spezie, lascia fotografare, indica le quantità e risponde alle domande, e quando ha finito trasferisce i cibi nei piatti da portata e ci lascia da sole a preparare la tavola e a mangiare, mentre lei si siede in poltrona a guardare il telegiornale, comunicandoci ogni tanto aggiornamenti sull'incidente.
Oltre ai gamberetti, comprati vivi al mercato la mattina stessa come le verdure e la carne, il menu prevede broccoletti con i funghi e ali di pollo caramellate, una delizia da leccarsi i baffi e pure le dita, e se leccarsi i baffi è un metafora, le dita invece te le devi leccare davvero, perché in Cina non usano i tovaglioli e sfido chiunque a mangiare ali di pollo con le bacchette.
Per tornare a casa vado alla fermata della metro, nella tiepida speranza che la tratta verso ovest sia agibile, ma i poliziotti si addensano davanti a ogni ingresso e non lasciano passare. Cerco un taxi, ma non se ne ferma nessuno. Dopo dieci minuti di inutili sbracciamenti in mezzo alla strada accarezzo l'ipotesi di chiedere un passaggio a un ragazzo in motocicletta, ma l'approccio non riesce dato che non parla inglese. Comincio a preoccuparmi di non riuscire ad arrivare in tempo a prendere Gatto Selvaggio all'uscita dell'asilo, sviluppo una certa ansia che si manifesta con agitazione nervosa e sudorazione eccessiva, compilo nella mia mente l'elenco delle conseguenze nella giovane psiche della fanciulla e valuto le possibili alternative, prossime allo zero, per evitare l'elaborazione della sindrome da abbandono, quando finalmente un taxi si ferma. Il ragazzo deve aver fatto pratica a Indianapolis, perché arrivo alle tre esatte davanti all'ingresso della scuola.
- Mamma, perché sei tutta sudata?
- Eh, amore, c'è un bel caldo oggi, non trovi?
venerdì 30 settembre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
Fantasie del Day After
Ho tre giorni di tempo.
Alle dieci dovrebbe arrivare la nuova ayi.
Arriva alle dieci e mezza, ma va bene, così nel frattempo è arrivata l'Amica Doris che può fare da interprete, e anche l'Amica Francese, che tiene la Gabbianella finché io e Doris parliamo con la nuova ayi.
In effetti il motivo per cui Doris e l'Amica Francese sono qui è che impariamo a fare i dumplings, i ravioli cinesi. Ci insegna Doris. L'Amica Francese è stata coinvolta perché in questo progetto di scuola di cucina sinceramente io non me la sento proprio di fare la cuoca, e almeno così, con una persona che ama cucinare, ha fantasia ed è brava a preparare tutto potremmo riuscire meglio nell'impresa. Cosa ci sto a fare io? Beh, io sono l'unica italiana, do l'avallo. E poi potrei fare le foto. E poi ci sono altre idee.
Ma intanto, visto che l'incontro, pianificato da qualche giorno, coincide con questo nuovo problema, ottimizzo i tempi.
La signora mandata dal management avrà quarantacinque anni, piuttosto forzuta a vedersi, bruttina per la verità ma mica ci serve per forza bella. Comunque l'incontro dura poco: l'orario che chiedo non lo può fare. Pazienza.
Avanti un'altra.
Cinquantacinque anni, in pensione, con un sacco di tempo, l'orario le va bene, lo stipendio anche. Cosa deve fare? Tenere le bambine? Pulire la casa? Stirare? Lavare? Cucinare? No, non l'ha mai fatto. Come no, cosa fanno di solito le ayi? Però può provare, magari giovedì dalle nove a mezzogiorno? Sì, può provare. Affianca la Wang Che Hua così lei le può spiegare. Ok, a giovedì, zai jian.
Cominciamo a lavare le verdure, tritare, mescolare con la carne macinata, poi a uno a uno facciamo i ravioli, piega così, in questo modo, oppure in quest'altro, wow, fantastico, vengono bene, va' che brave che siamo. Ok, quelli della Doris son più belli ma per noi è la prima volta, no?
Come li vogliamo? Lessati? Al vapore? In padella? Al vapore no, non ho la pentola, facciamo metà lessati metà in padella. Il condimento? Son buoni così, oppure con la salsa di soia e un po' di olio di sesamo. Ce l'ho, wonderful.
La Gabbianella apprezza, si fa fuori cinque ravioli.
Buonissimi. Mentre mangiamo, fantastichiamo e facciamo progetti sulla nostra scuola di cucina, il brainstorming porta un sacco di idee, pensiamo ai problemi che potremmo avere, al possibile successo dell'iniziativa, al target, alla nuova versione di Scuola di Cultura e Cucina Italiana, ricette regionali con descrizione del contorno culturale, i vini, la tavola, dobbiamo pur fare qualcosa di diverso da tutte le scuole di cucina italiana che ci sono qui. L'Amica Francese e io ci perdiamo un po' nei dettagli, ma Doris ci riporta al punto, sempre, e ricominciamo con nuove proposte e nuove idee.
Ci diamo appuntamento per venerdì, dobbiamo andare insieme a visitare un supermarket, controllare i prodotti disponibili, verificare i prezzi, fare un piano con un budget il più possibile definito.
Mi sono avanzati pure dei ravioli per stasera, così la cena è pronta. Va' che quasi son contenta.
Quando torno da scuola, dopo una corsa con due zaini sulle spalle dietro a due bambine in bici, la Wang Che Hua mi dice qualcosa, bu lai, ta bu lai. Come bu lai? la nuova ayi bu lai, non viene.
Ah, non viene.
Fantastico, ha già cambiato idea.
La piega discreta che stava prendendo la giornata si è rovinata. Ogni volta che guardo la Wang Che Hua spero che non sia vero, che possa cambiare idea, che possa tornare. Ma è solo una fantasia, lo so.
Alle dieci dovrebbe arrivare la nuova ayi.
Arriva alle dieci e mezza, ma va bene, così nel frattempo è arrivata l'Amica Doris che può fare da interprete, e anche l'Amica Francese, che tiene la Gabbianella finché io e Doris parliamo con la nuova ayi.
In effetti il motivo per cui Doris e l'Amica Francese sono qui è che impariamo a fare i dumplings, i ravioli cinesi. Ci insegna Doris. L'Amica Francese è stata coinvolta perché in questo progetto di scuola di cucina sinceramente io non me la sento proprio di fare la cuoca, e almeno così, con una persona che ama cucinare, ha fantasia ed è brava a preparare tutto potremmo riuscire meglio nell'impresa. Cosa ci sto a fare io? Beh, io sono l'unica italiana, do l'avallo. E poi potrei fare le foto. E poi ci sono altre idee.
Ma intanto, visto che l'incontro, pianificato da qualche giorno, coincide con questo nuovo problema, ottimizzo i tempi.
La signora mandata dal management avrà quarantacinque anni, piuttosto forzuta a vedersi, bruttina per la verità ma mica ci serve per forza bella. Comunque l'incontro dura poco: l'orario che chiedo non lo può fare. Pazienza.
Avanti un'altra.
Cinquantacinque anni, in pensione, con un sacco di tempo, l'orario le va bene, lo stipendio anche. Cosa deve fare? Tenere le bambine? Pulire la casa? Stirare? Lavare? Cucinare? No, non l'ha mai fatto. Come no, cosa fanno di solito le ayi? Però può provare, magari giovedì dalle nove a mezzogiorno? Sì, può provare. Affianca la Wang Che Hua così lei le può spiegare. Ok, a giovedì, zai jian.
Cominciamo a lavare le verdure, tritare, mescolare con la carne macinata, poi a uno a uno facciamo i ravioli, piega così, in questo modo, oppure in quest'altro, wow, fantastico, vengono bene, va' che brave che siamo. Ok, quelli della Doris son più belli ma per noi è la prima volta, no?
Come li vogliamo? Lessati? Al vapore? In padella? Al vapore no, non ho la pentola, facciamo metà lessati metà in padella. Il condimento? Son buoni così, oppure con la salsa di soia e un po' di olio di sesamo. Ce l'ho, wonderful.
La Gabbianella apprezza, si fa fuori cinque ravioli.
Buonissimi. Mentre mangiamo, fantastichiamo e facciamo progetti sulla nostra scuola di cucina, il brainstorming porta un sacco di idee, pensiamo ai problemi che potremmo avere, al possibile successo dell'iniziativa, al target, alla nuova versione di Scuola di Cultura e Cucina Italiana, ricette regionali con descrizione del contorno culturale, i vini, la tavola, dobbiamo pur fare qualcosa di diverso da tutte le scuole di cucina italiana che ci sono qui. L'Amica Francese e io ci perdiamo un po' nei dettagli, ma Doris ci riporta al punto, sempre, e ricominciamo con nuove proposte e nuove idee.
Ci diamo appuntamento per venerdì, dobbiamo andare insieme a visitare un supermarket, controllare i prodotti disponibili, verificare i prezzi, fare un piano con un budget il più possibile definito.
Mi sono avanzati pure dei ravioli per stasera, così la cena è pronta. Va' che quasi son contenta.
Quando torno da scuola, dopo una corsa con due zaini sulle spalle dietro a due bambine in bici, la Wang Che Hua mi dice qualcosa, bu lai, ta bu lai. Come bu lai? la nuova ayi bu lai, non viene.
Ah, non viene.
Fantastico, ha già cambiato idea.
La piega discreta che stava prendendo la giornata si è rovinata. Ogni volta che guardo la Wang Che Hua spero che non sia vero, che possa cambiare idea, che possa tornare. Ma è solo una fantasia, lo so.
martedì 27 settembre 2011
Top News
È arrivato. Il paventato biglietto della Wang Che Hua, ayi carina, delicata tuttofare, cuoca intelligente, affettuosa babysitter, silenziosa presenza. Il biglietto dove non compare né Oggi né Domani, e nemmeno altri caratteri comprensibili se si eccettuano Io, Mamma, Venire.
Dong Ma? Capisci? No, non capisco. Però intuisco, purtroppo.
Le ragazze che giocano a tennis qui di fronte cercano di aiutarmi ma non parlano inglese, il che rende tutto un po' complicato. Mimano qualcosa con la testa ripetendo Ma Ma. La mamma della ayi ha sbattuto la testa? Sta male? Dorme? Ah, no, forse non dorme, ho capito.
Anche Bu Lai lo capisco, significa Non vengo. Mai più? Mai più.
Ossignur.
L'Amica Doris, personal interpreter, guida sicura per i labirintici percorsi della lingua cinese, arriva sulla sua bicicletta e mi conferma che la mamma ottantenne della ayi sta morendo, e le dispiace molto anche per le bambine ma deve andare a casa, stare con lei. E mentre lo dice le viene un po' da piangere.
Anche a me dispiace, a noi. Cioè, anche alle bambine, di sicuro. Ma pensa che che potrà tornare?
Non sa, deve andare dalla madre. E siccome non sa come andranno le cose, è meglio che mi cerchi un'altra ayi.
Subito? Domani? No, dal primo ottobre.
Conosce qualcuna disponibile? No, nessuno.
Ok, niente panico. Andiamo al management a chiedere se c'è possibilità di assumere una ragazza, ma da lì devono chiamare un ufficio apposta, sapere quanto è lo stipendio, quante ore deve fare, se mangia a casa o no. Nessun problema, ecco qui. L'Amica Doris si offre di lasciare il suo numero, così se chiama qualcuno almeno può rispondere in cinese. Grazie, davvero grazie.
Forse anche la proprietaria conosce qualcuno, proviamo a chiamare. Telefono spento. Chiamiamo l'amica della proprietaria english speaker, che non conosce nessuno ma sentirà la proprietaria e saprà dire.
Posso fare altro? No, niente. O forse posso farmi un caffè.
Dong Ma? Capisci? No, non capisco. Però intuisco, purtroppo.
Le ragazze che giocano a tennis qui di fronte cercano di aiutarmi ma non parlano inglese, il che rende tutto un po' complicato. Mimano qualcosa con la testa ripetendo Ma Ma. La mamma della ayi ha sbattuto la testa? Sta male? Dorme? Ah, no, forse non dorme, ho capito.
Anche Bu Lai lo capisco, significa Non vengo. Mai più? Mai più.
Ossignur.
L'Amica Doris, personal interpreter, guida sicura per i labirintici percorsi della lingua cinese, arriva sulla sua bicicletta e mi conferma che la mamma ottantenne della ayi sta morendo, e le dispiace molto anche per le bambine ma deve andare a casa, stare con lei. E mentre lo dice le viene un po' da piangere.
Anche a me dispiace, a noi. Cioè, anche alle bambine, di sicuro. Ma pensa che che potrà tornare?
Non sa, deve andare dalla madre. E siccome non sa come andranno le cose, è meglio che mi cerchi un'altra ayi.
Subito? Domani? No, dal primo ottobre.
Conosce qualcuna disponibile? No, nessuno.
Ok, niente panico. Andiamo al management a chiedere se c'è possibilità di assumere una ragazza, ma da lì devono chiamare un ufficio apposta, sapere quanto è lo stipendio, quante ore deve fare, se mangia a casa o no. Nessun problema, ecco qui. L'Amica Doris si offre di lasciare il suo numero, così se chiama qualcuno almeno può rispondere in cinese. Grazie, davvero grazie.
Forse anche la proprietaria conosce qualcuno, proviamo a chiamare. Telefono spento. Chiamiamo l'amica della proprietaria english speaker, che non conosce nessuno ma sentirà la proprietaria e saprà dire.
Posso fare altro? No, niente. O forse posso farmi un caffè.
lunedì 26 settembre 2011
Doppio sogno
Nei pressi della Biblioteca di Shanghai, lungo la Fuxing Xi Lu, una strada buia ma vivace, ci sono alcuni locali interessanti, un piccolo apparecchio tv vintage che invita a accendere la musica anziché fossilizzarsi sui programmi televisivi, una vetrina con barattoli e corde appese, lavagnette dell'ikea con l'elenco delle offerte e i menù del giorno scritti con i gessi colorati.
Da una porta aperta si entra in un club Bike&Friends, che espone una gigantografia di Coppi e Bartali nella celebre immagine del passaggio della borraccia, alcune biciclette rotte, copertoni, telai appesi e qualche candela. Oltre l'ingresso, c'è una sala addobbata allo stesso modo con un lungo tavolo pieno di cinesi, e più avanti un cortile con tavolini rotondi pieni di occidentali.
Proprio di fianco, al n. 133, c'è un locale che si chiama Mistral. Offre produits du marché, tapas & vinos e una selezione di cibi cinesi. All'interno, un divanetto con un tavolino per chi vuole aspettare che si liberi un posto, alcuni tavoli con le candele, le tovaglie bianche e i tovaglioli scuri. Attraverso una scala stretta e nera, con la ringhiera fatta di corde tese, si accede al secondo piano, dove piccole finestre tondeggianti bordate di azzurro si affacciano sulla strada. La luce tremolante delle candele illumina poco e crea un'atmosfera molto romantica, ma la cameriera ci invita a seguirla ancora, all'esterno, dove c'è un ballatoio con tavoli di ferro battuto e vista sul cortile degli amici della bicicletta. Da lì, ci porta ancora all'interno, attraverso pochi altri gradini, oltre una porta bianca che si apre su una sala con un tavolo per una ventina di persone, rustico ma d'effetto, con sei gambe diverse l'una dall'altra, dipinto di bianco come le sedie. Sul tavolo, due vasi con gigli bianchi, sale e pepe, una bottiglietta di tabasco e due candele. Il lampadario è un grosso tronco chiaro su cui sono avvolti ad altezze diverse fili elettrici che finiscono con tubi idraulici. Un lato della stanza è pieno di finestrelle azzurre, aperte sul solito cortile dei bikers, con le candele sul davanzale, spente; il lato corto ha due porte chiuse e il terzo lato una porta con un chiavistello.
Mentre guardiamo il menù incerti su cosa assaggiare, vista l'offerta piuttosto stravagante, la porta col chiavistello si apre e appare una ragazza vestita di nero, con una minigonna inguinale, una maglia scollata, gli stivali e in testa un cappellino a punta rosso e giallo. Forse abbiamo sbagliato locale. O forse ha sbagliato lei. Confabula con qualcuno, un uomo, che si affaccia solo per un istante, poi se ne va senza chiudere la porta. Attraverso lo spiraglio si vede un ingresso spoglio con altre porte, un uomo esce, o più probabilmente entra con una borsa blu dell'ikea piena di roba, uno zaino e un sacchetto della spesa, e io penso che in effetti le sedie qui non sono niente male, e comunque meglio di quelle che ho nella sala da pranzo, ma io ho portato solo la borsetta da sera, dove non entra nemmeno la saliera. E mentre penso, entra un ragazzo, prende due sedie e le porta via. Proprio quelle che piacevano a me.
Dopo un tempo sufficientemente lungo arriva una cameriera vestita di nero, prende le ordinazioni e accende le candele, e sparisce nel buio. Dopo un secondo, si manifesta come un fantasma il boss cinese, sudato e trafelato, che si scusa per averci fatto aspettare fornendo una serie di inutili giustificazioni, e si allontana poi gesticolando e parlando tra sé.
Le croquets sono deliziose, l'empanada discreta, l'octopus piccante, i gamberoni enormi, il riso un po' appiccicoso, la birra buona e leggera.
Quando ci alziamo, poco dopo le dieci, il locale è quasi vuoto, il barista spagnolo sta asciugando i bicchieri e il boss cinese è ancora sudato e trafelato come prima, ma come prima scompare in fretta, scostando le sedie con la grossa pancia come se avesse le mani occupate. Fuori dal locale, sulla strada, non c'è quasi nessuno, le macchine passano raramente e si sente il chiacchiericcio provenire dalle finestre aperte. La ragazza con la minigonna e gli stivali ci passa davanti, e senza guardarci si infila nel club Bike&Friends.
La serata è senza vento. Il Mistral stasera ha le oniriche sembianze di un romanzo.
Da una porta aperta si entra in un club Bike&Friends, che espone una gigantografia di Coppi e Bartali nella celebre immagine del passaggio della borraccia, alcune biciclette rotte, copertoni, telai appesi e qualche candela. Oltre l'ingresso, c'è una sala addobbata allo stesso modo con un lungo tavolo pieno di cinesi, e più avanti un cortile con tavolini rotondi pieni di occidentali.
Proprio di fianco, al n. 133, c'è un locale che si chiama Mistral. Offre produits du marché, tapas & vinos e una selezione di cibi cinesi. All'interno, un divanetto con un tavolino per chi vuole aspettare che si liberi un posto, alcuni tavoli con le candele, le tovaglie bianche e i tovaglioli scuri. Attraverso una scala stretta e nera, con la ringhiera fatta di corde tese, si accede al secondo piano, dove piccole finestre tondeggianti bordate di azzurro si affacciano sulla strada. La luce tremolante delle candele illumina poco e crea un'atmosfera molto romantica, ma la cameriera ci invita a seguirla ancora, all'esterno, dove c'è un ballatoio con tavoli di ferro battuto e vista sul cortile degli amici della bicicletta. Da lì, ci porta ancora all'interno, attraverso pochi altri gradini, oltre una porta bianca che si apre su una sala con un tavolo per una ventina di persone, rustico ma d'effetto, con sei gambe diverse l'una dall'altra, dipinto di bianco come le sedie. Sul tavolo, due vasi con gigli bianchi, sale e pepe, una bottiglietta di tabasco e due candele. Il lampadario è un grosso tronco chiaro su cui sono avvolti ad altezze diverse fili elettrici che finiscono con tubi idraulici. Un lato della stanza è pieno di finestrelle azzurre, aperte sul solito cortile dei bikers, con le candele sul davanzale, spente; il lato corto ha due porte chiuse e il terzo lato una porta con un chiavistello.
Mentre guardiamo il menù incerti su cosa assaggiare, vista l'offerta piuttosto stravagante, la porta col chiavistello si apre e appare una ragazza vestita di nero, con una minigonna inguinale, una maglia scollata, gli stivali e in testa un cappellino a punta rosso e giallo. Forse abbiamo sbagliato locale. O forse ha sbagliato lei. Confabula con qualcuno, un uomo, che si affaccia solo per un istante, poi se ne va senza chiudere la porta. Attraverso lo spiraglio si vede un ingresso spoglio con altre porte, un uomo esce, o più probabilmente entra con una borsa blu dell'ikea piena di roba, uno zaino e un sacchetto della spesa, e io penso che in effetti le sedie qui non sono niente male, e comunque meglio di quelle che ho nella sala da pranzo, ma io ho portato solo la borsetta da sera, dove non entra nemmeno la saliera. E mentre penso, entra un ragazzo, prende due sedie e le porta via. Proprio quelle che piacevano a me.
Dopo un tempo sufficientemente lungo arriva una cameriera vestita di nero, prende le ordinazioni e accende le candele, e sparisce nel buio. Dopo un secondo, si manifesta come un fantasma il boss cinese, sudato e trafelato, che si scusa per averci fatto aspettare fornendo una serie di inutili giustificazioni, e si allontana poi gesticolando e parlando tra sé.
Le croquets sono deliziose, l'empanada discreta, l'octopus piccante, i gamberoni enormi, il riso un po' appiccicoso, la birra buona e leggera.
Quando ci alziamo, poco dopo le dieci, il locale è quasi vuoto, il barista spagnolo sta asciugando i bicchieri e il boss cinese è ancora sudato e trafelato come prima, ma come prima scompare in fretta, scostando le sedie con la grossa pancia come se avesse le mani occupate. Fuori dal locale, sulla strada, non c'è quasi nessuno, le macchine passano raramente e si sente il chiacchiericcio provenire dalle finestre aperte. La ragazza con la minigonna e gli stivali ci passa davanti, e senza guardarci si infila nel club Bike&Friends.
La serata è senza vento. Il Mistral stasera ha le oniriche sembianze di un romanzo.
domenica 25 settembre 2011
YCIS back to school carnival
Il campus della Yew Chung International School of Shanghai è ricoperto di erba verdissima, morbida e sintetica, su cui albergano stand di due metri per due col tetto bianco e le scritte nere, tutti uguali, che dispensano borse di benvenuto con dentro un panda di peluches con la divisa della scuola, un frisbee tascabile e un tubetto di dentifricio.
Nel prato ci sono gonfiabili a forma di castello, a forma di parete da arrampicata, a forma di ring con dentro il toro che disarciona e a forma di oceano con il surf che dondola. Ci sono le piscine piene di palline, il tiro alla fune, il salto alla corda, il tiro al bersaglio, i palloni ballonzolanti. Colorano i capelli con lo spray, mettono lo smalto sulle unghie, fanno tatuaggi e disegnano la faccia, e mentre intrattengono i bambini forniscono ai genitori mucchi di dépliant sulle attività dei loro parchi giochi indoor. Ci sono banchetti di volontarie che cedono muffin in cambio di un'offerta libera, la lotteria con ricchi premi e cotillons e la pesca di beneficenza. Il direttore della scuola, Mr Mellor, con la cuffia in testa e gli occhialetti da piscina, sta sotto la bacinella del tiro a segno, e ogni volta che si bagna sistema la sedia un po' meglio, in modo che la doccia gli arrivi dritta in testa.
Nella mensa ci sono alette di pollo al curry, riso con pollo e verdure al curry, pasta con funghi e pancetta, involtini primavera, lasagne al forno, hamburger, hot dog, patatine fritte, panini dolci e brioches, muffin al cioccolato che fanno concorrenza a quelli delle volontarie, noodles piccanti, spaghetti alle verdure, cime di rapa lesse, salsicce e zucchero filato.
La Gabbianella se ne va da sola a giocare con le paperelle nell'acqua, la BB si fa colorare i capelli di viola e Gatto Selvaggio si fa fare due tatuaggi rock sul braccio.
Dopo tre ore e quarantacinque siamo stremati, non abbiamo vinto niente alla lotteria, la Gabbianella è felice ma è bagnata fradicia e non abbiamo niente per cambiarla.
Esiste qualcosa di più stancante di una festina della scuola?
Nel prato ci sono gonfiabili a forma di castello, a forma di parete da arrampicata, a forma di ring con dentro il toro che disarciona e a forma di oceano con il surf che dondola. Ci sono le piscine piene di palline, il tiro alla fune, il salto alla corda, il tiro al bersaglio, i palloni ballonzolanti. Colorano i capelli con lo spray, mettono lo smalto sulle unghie, fanno tatuaggi e disegnano la faccia, e mentre intrattengono i bambini forniscono ai genitori mucchi di dépliant sulle attività dei loro parchi giochi indoor. Ci sono banchetti di volontarie che cedono muffin in cambio di un'offerta libera, la lotteria con ricchi premi e cotillons e la pesca di beneficenza. Il direttore della scuola, Mr Mellor, con la cuffia in testa e gli occhialetti da piscina, sta sotto la bacinella del tiro a segno, e ogni volta che si bagna sistema la sedia un po' meglio, in modo che la doccia gli arrivi dritta in testa.
Nella mensa ci sono alette di pollo al curry, riso con pollo e verdure al curry, pasta con funghi e pancetta, involtini primavera, lasagne al forno, hamburger, hot dog, patatine fritte, panini dolci e brioches, muffin al cioccolato che fanno concorrenza a quelli delle volontarie, noodles piccanti, spaghetti alle verdure, cime di rapa lesse, salsicce e zucchero filato.
La Gabbianella se ne va da sola a giocare con le paperelle nell'acqua, la BB si fa colorare i capelli di viola e Gatto Selvaggio si fa fare due tatuaggi rock sul braccio.
Dopo tre ore e quarantacinque siamo stremati, non abbiamo vinto niente alla lotteria, la Gabbianella è felice ma è bagnata fradicia e non abbiamo niente per cambiarla.
Esiste qualcosa di più stancante di una festina della scuola?
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